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AleppoAleppo, 8 set – La premessa, viste le continue sorprese che ci ha riservato l’andamento del conflitto siriano, è d’obbligo: a causa della frammentazione dei fronti di guerra, non esiste nulla di scontato.Tuttavia, a giudicare dalle informazioni che arrivano da Aleppo, potremmo essere di fronte all’assalto finale per il possesso della capitale del nord, che potrebbe ritornare nel giro di settimane in mano alle forze governative.

Ripristinato domenica l’assedio ai quartieri orientali della città, l’esercito siriano sta dimostrando una superiorità sia tattica (nella quale gioca un ruolo fondamentale il supporto aereo russo) sia numerica. Nella mattina di martedì, le formazioni lealiste hanno potuto lanciare due attacchi simultanei nella parte meridionale di Aleppo, cui si aggiunta un’offensiva nei quartieri settentrionali il giorno successivo, fatto notevole, per un esercito che – non potendo usufruire di ricambi e rinforzi – era dato a corto di effettivi. Gli obiettivi, Ramouseh e Khan Touman a sud, e Handarat a nord, avevano lo scopo di rafforzare e allargare l’area in mano all’esercito che circonda Aleppo est, per preparare l’assalto finale.

Dopo tre giorni di battaglia, a Khan Touman la situazione sembra stabile, mentre, secondo l’Osservatorio Siriano per i diritti umani (in questo caso attendibile, visto che dall’inizio della guerra svolge una feroce propaganda anti-regime), l’attacco a Ramouseh avrebbe avuto buon esito, e questo sarebbe un durissimo colpo per i ribelli jihadisti, visto che in questo quartiere avevano ripiegato alcuni dei reparti che un mese fa erano riusciti – assaltando una base dell’esercito, con una manovra decisamente temeraria – a spezzare temporaneamente l’assedio. La striscia di territorio in mano ai ribelli si ridurrebbe ora a un fazzoletto lungo una dozzina di chilometri e largo cinque, rendendo dunque possibile l’assalto finale.

Un altro elemento che farebbe pensare all’imminenza di tale assalto è la presenza sul fronte di Aleppo di Qassem Soleimani, il deus ex machina delle operazioni all’estero dei Pasdaran iraniani, che non si muove mai a caso, e che avrebbe lasciato il fronte di Mosul in Iraq per capire se e come chiudere la partita siriana. La notizia, inizialmente non confermata (d’altra parte Soleimani non è un personaggio che posta su facebook le foto dei suoi “viaggi”), è stata ripresa da diverse fonti, che hanno parlato di un suo incontro con il comandante della Forza Tigre, Duraid Abu Ammar. Soleimani si sarebbe portato dietro un migliaio di iracheni della milizia sciita Harakat al Nujaba. La contestuale presenza dell’alto ufficiale iraniano e dell’elite delle forze leali al Presidente Assad lascia pensare quindi alla preparazione dell’attacco che dovrebbe riportare sotto il controllo governativo i quartieri orientali della città.

Infine, una possibile conferma indiretta della fine delle speranze ribelli di tenere Aleppo verrebbe dallo sforzo bellico che questi stanno sostenendo sul fronte di Hama, situata dalla parte opposta del territorio da loro controllato. Si può supporre che quelle forze – le quali si sono dimostrate piuttosto efficaci nel battersi contro l’esercito siriano – sarebbero state impiegate cento chilometri più a nord, ad Aleppo, se ci fossero concrete aspettative di vincere quella battaglia. La riapertura del fronte di Hama si potrebbe invece spiegare con il tentativo di assicurarsi qualche carta (e Hama sarebbe una signora carta, anche se non paragonabile ad Aleppo) nel caso di un nuovo negoziato, che sicuramente verrebbe rilanciato se Assad chiudesse la partita ad Aleppo.

E la prospettiva di un negoziato potrebbe essere la molla che ha spinto i Turchi ad entrare fisicamente (anche se con pochi reparti) in Siria. E’ evidente infatti che a questo punto sarebbero invitati a sedersi al tavolo delle trattative, anche perché né gli Stati Uniti, in virtù della comune appartenenza alla NATO, né la Russia o l’Iran, visti i recenti scambi diplomatici, si opporrebbero. E la Turchia potrebbe farsi garante della tutela dei diritti della comunità sunnita nella Siria di domani, ora che da Ankara hanno lasciato cadere alcune pregiudiziali su Assad. Ai Curdi verrebbe infine concessa una blanda autonomia regionale, che non minacci l’integrità territoriale siriana, e per questo motivo Damasco potrebbe accettare la presenza turca al negoziato, in quanto su questo punto la strategia dei due Paesi è pressoché la stessa.  A quel punto si potrebbe ripulire il paese dalle bande dell’Isis, senza il timore di reciproche pugnalate alle spalle.

L’ipotesi di un serio negoziato sarebbe poi implicitamente e paradossalmente confermata dal fallimento dell’incontro cinese fra Obama e Putin, in cui soprattutto il presidente russo – che al contrario dovrebbe avere interesse ad accelerare i tempi, prima di rischiare di trovarsi Hillary Clinton alla Casa Bianca – ha deciso di prendere tempo, fiducioso in una possibile definizione della situazione aleppina, che ovviamente darebbe a qualsiasi trattativa un significato ben diverso. Infatti, anche se indebolito dalla vasta area sotto il controllo dei ribelli, fra Hama e Idlib, e dal potenziale supporto turco a questi gruppi, Assad apparirebbe come il vincitore della guerra, e gli verrebbe comunque concesso il privilegio di guidare il Paese nella lunga fase di transizione e di riappacificazione. Alla faccia dei reiterati veti sbandierati a Washington e Londra.

Mattia Pase

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