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Soldiers from forces loyal to Syria's  President Bashar al-Assad attend a rally supporting him and the army in DamascusDamasco, 7 giu – Le avanguardie dell’Esercito Siriano avrebbero preso la cittadina di Bur Ambaj, penetrando in profondità nella provincia di Raqqa, roccaforte dell’Isis, e si troverebbero a una trentina di chilometri dalla base aerea di Taqba, punto strategico per la difesa della capitale del Califfato, distante altri 50 km. Solo pochi piccoli villaggi si frappongono fra i Falchi del Deserto – che, recentemente ridispiegati nell’area, stanno guidando l’avanzata – e Taqba. Si sapeva che alcuni reparti d’elite si erano raggruppati al confine fra le provincie di Hama e Raqqa, ma l’offensiva non sembrava così imminente. E’ quindi ipotizzabile che, nella tattica di Damasco di forzare i tempi e iniziare l’avvicinamento a Raqqa, abbia giocato un ruolo importante la drammatica situazione nel quadrante settentrionale del Paese, con l’offensiva dell’Isis nei confronti del piccolo territorio occupato dai ribelli del Free Syrian Army e di Al Nusra (il settore di Azaz), e il successivo intervento delle milizie curde dell’Ypg contro l’Isis, attaccato alle spalle mentre tentava di sfondare verso ovest.

La motivazione strategica dell’attacco di Al Baghdadi contro Al Nusra, oltre che rispondere alla necessità di un’azione diversiva per distogliere i Curdi dall’attacco su Raqqa, andrebbe anche letta con l’intenzione di eliminare la presenza dei ribelli cosiddetti moderati da quella zone del Paese. In questo modo, l’Isis si ritroverebbe come unica forza islamista fra Curdi ed esercito regolare, andando così a beneficiare del supporto più o meno diretto della Turchia che, già ampiamente sospettata di tenere un atteggiamento ambiguo verso lo Stato Islamico, finirebbe per diventarne sostanziale alleato, in funzione anti Assad, e soprattutto anti curda. La marcia dell’Esercito Siriano verso Raqqa, potrebbe eliminare alla radice questa eventualità (l’Isis cesserebbe infatti di essere un partner credibile per Ankara), per cui mentre ribelli, Isis e Curdi si combattono nell’estremo nord del Paese, tenendo così bloccati gli alleati (nascosti e palesi) delle parti in causa, Assad potrebbe puntare a diventare il liberatore della Siria dalla minaccia dello Stato Islamico.

Una vittoria strategica, ma soprattutto di immagine, che permetterebbe al Presidente siriano di rafforzare ulteriormente la sua posizione in vista di futuri negoziati. Inoltre, a fronte delle conquiste territoriali dei Curdi, che in questi giorni stanno assediando la cittadina di Manbij, da mesi in mano all’Isis, e che puntano a riunire le aree da loro occupate a ridosso del confine turco, la posizione di Ankara potrebbe cambiare radicalmente, costringendo Erdogan a scegliere – fra i Curdi e Assad – il male minore, ovvero Damasco, visto che la creazione di un’entità autonoma curda nel Rojava (il Kurdistan Siriano) sarebbe un disastro per la Turchia. Assisteremmo così a un nuovo voltafaccia nel quinquennale conflitto siriano, e sarebbe l’ennesima dimostrazione di quanto abbiano pesato, nello scoppio e nella prosecuzione della guerra civile, gli interessi strategici delle diverse potenze mediorientali.

Mattia Pase

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