Roma, 12 ott – L’operazione militare “Primavera di pace” lanciata da Ankara alcuni giorni fa nel nord est della Siria è in qualche modo il “cuore” della quarta fase del conflitto siriano, scoppiato nel 2011, a ulteriore dimostrazione di quanto quello che stesse accadendo, principalmente in Siria ma anche in altri paesi dell’area, fosse lontano dalle cosiddette “rivoluzioni democratiche” tanto care ai salotti del progressismo mondialista anche nostrani e molto più simile a un conflitto regionale con ingerenze mondiali. Insomma, la fantomatica “Primavera araba” è una grossolana fake news come andiamo ripetendo, ormai da anni, a nastro.

Centrare in poche battute quello che negli ultimi giorni sta accadendo nel nord-est della Siria non è affatto semplice, soprattutto perché la guerra in Siria, come ogni conflitto che si rispetti, è costituita da evoluzioni militari come fasi operative di ben più complessi meccanismi politici. Nello specifico, gli ultimi fatti, sono correlati direttamente al 2015 periodo in cui, nell’apice della guerra contro lo Stato Islamico (Isis), gli Stati Uniti d’America, guidati dal presidente Obama, mettevano ancora una volta in pratica il concetto di “guerra surrogata” (enfatizzazione delle azioni multilaterali, priorità operative a componenti tecnologiche e attori locali, sia regolari che irregolari) creando dal nulla le cosiddette Syrian Democratic Forces (SDF), una organizzazione, falsamente pluralista, a guida curda YPG (Unità di Protezione Popolare, il principale gruppo militare curdo-siriano braccio locale del PKK, principale partito curdo militante in Turchia) che inglobava, per darsi una legittimità perlomeno apparente, anche elementi di altre etnie (arabi) e finanche gruppi islamisti come Liwa Thuwar Al Raqqa, precedentemente alleati addirittura di Al Qaeda.

Il piano Usa

L’operazione targata Washington era chiara: dare un’alternativa credibile, sull’onda del “terrore internazionale” dell’Isis, alle forze in campo, tutte ormai compromesse e poco affidabili poiché di matrice islamista, contro il “regime” di Assad. In poche parole, sostituire la carta fondamentalista con quella separatista, legata alla causa curda, ben più digeribile agli occhi della opinione pubblica mondiale. Questa operazione, però in qualche modo, scombussolava gli equilibri tra gli storici alleati regionali di Washington, alienandosi il supporto di Ankara (da sempre acerrima nemica di ogni legittimazione verso i curdi) e impegnata sul campo siriano in supporto dei gruppi fondamentalisti/islamisti, ma trovando favorevole Israele (principale sponsor regionale delle “cause” curde come fattore disgregante delle unità statali dei suoi nemici storici, principalmente Siria, Iraq ed Iran).

Tuttavia le SDF non sono mai state una vera forza credibile sul terreno, anzi l’opera di “curdizzazione” degli enormi territori siriani ad est dell’Eufrate (ben più grandi di quelli definibili come “Kurdistan” siriano o Rojava), strappati all’Isis, con lo spostamento forzato di centinaia di migliaia di arabi sunniti e cristiani assiri ad opera delle milizie curde, artefici di veri e proprio espropri (abitazioni, proprietà ecc.) ai danni della popolazione non-curda, hanno presto generato una nuova situazione esplosiva, che le dichiarazioni dell’Arcivescovo Benham Hindo, vescovo siro cattolico di Hassaka, riassumono significativamente: “Vogliono rubare la nostra terra, la nostra lingua, la nostra cultura. Ci rifiutiamo di sottometterci ai loro dettami e continueremo a resistere alla dominazione curda” (febbraio 2019).

Il ruolo turco

Nel frattempo però nuove situazioni politiche interessavano anche gli altri attori sul campo, in primis il riavvicinamento tra Turchia e Russia, dopo una prima fase di contrasto acceso con l’abbattimento di un Su-24 russo, ma soprattutto dopo il fallito tentativo di golpe in Turchia ad opera degli ambienti della confraternita islamica di Fethullah Gulen, con una comprovato supporto di Washington, che ancora oggi ospita l’acerrimo nemico-amico del presidente Erdogan. Il ruolo della Turchia in Siria è quello di principale artefice, insieme al Qatar da una parte e ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dall’altra, del conflitto stesso, incentrato sull’abbattimento del legittimo governo siriano, ad opera di gruppi (proxy war) tutti di matrice islamista, siano essi legati alla fratellanza musulmana o al wahabismo, finanche la stessa Isis o Al Qaeda (Fronte Al Nusra ora Hayat Tahrir al Sham). Insomma i veri aguzzini, con il supporto e mandato strategico in primis di Stati Uniti, Israele e cancellerie occidentali, del popolo siriano.

Perché invadono la Siria

Tornando agli ultimi fatti, l’operazione militare turca contro i curdi è in qualche modo l’effettivo aspetto che il conflitto in Siria, spogliato ormai di drappi e orpelli, è stato sin dall’inizio: un’invasione prima politica e poi militare della Siria e della sua integrità territoriale per controllarne gli asset strategici, sia essa ad opera di potenze straniere dirette o da gruppi etnico/religiosi irregolari sempre e comunque eterodiretti dall’esterno. L’avanzata delle orde ottomane (ma NATO…) ai danni dei miliziani curdi, tutto sommato non quei “guerrieri senza macchia” che tanto piacciono alla stampa occidentale, è frutto della politica di distruzione e di caos statunitense, quasi un corto circuito interno ad essa, avvallata dal “disimpegno” dell’amministrazione Trump.

Ma gli scenari sono comunque più complessi ancora, l’incontro di Sochi del febbraio 2019 tra i presidenti Putin, Erdogan e Rouhani, aveva già mostrato la volontà di convergenza tra Russia, Iran e Turchia per risolvere quelli che erano, e sono, gli aspetti insoluti del conflitto in Siria. Il summit avvenne proprio sull’onda delle dichiarazioni del presidente statunitense Trump che aveva annunciato (a dicembre 2018 e non oggi!) il disimpegno dei militari USA dalla Siria (non interamente però…), la cui presenza per l’appunto congelava, senza risolverli, i piani contrastanti tra Turchia e Siria, e messo sul tavolo i principali nodi al pettine: la pericolosa presenza dei curdi per Ankara e la piena integrità territoriale per Damasco.

L’invasione militare turca potrebbe essere insomma qualcosa di preventivato e allo stesso tempo poteva essere facilmente scongiurata, se le milizie curde avessero nel frattempo accettato la proposta, non a caso di febbraio scorso, del presidente  siriano Assad di “reintegro” abbandonando ogni velleità di indipendenza (ma concedendo autonomia). Assad tra l’altro mise in guardia gli stessi curdi di non fidarsi troppo degli Stati Uniti. Una operazione finalizzata a creare una zona cuscinetto tra Turchia e Siria (Rojava) da ripopolare con parte dei tre milioni e mezzo di profughi siriani (arabi) e da mettere in mano alle milizie siriane (islamiste) filo-turche (ex Free Syrian Army ora cosiddetto Esercito Nazionale Siriano).

L’ago della bilancia

Un qualcosa che, tutto sommato, darebbe allo stesso governo siriano, in prospettiva futura, più agibilità per riprendere l’integrità territoriale, reintegrare oggi i curdi e risolvere un domani la cosa tra “siriani”. L’ago della bilancia, almeno dal punto di vista territoriale, sarà Idlib, dalla parte opposta del confine turco-siriano. In quella zona l’invasione turca è in atto da anni, ma nessun media se ne scandalizza anzi ancora ne diffonde la vetusta favoletta della presenza dei “ribelli moderati”, dove non a caso l’offensiva russo-siriana è in fase di stallo. Lì a Idlib, se il sultano Erdogan continuerà a bluffare e non terrà fede ai patti, ci sarà ben presto una tempesta di fuoco e le sue orde verranno spazzate via per sempre.

Giovanni Feola

2 Commenti

  1. Bellissimo articolo molto equilibrato tuttavia a mio avviso ci si può rallegrare se turchi curdi siriani israeliani si scannino fra di loro fino a completa estinzione reciproca -purtroppo però quei popoli invece di combattere scappano e dove vanno? Ma certo, tutti qua che tanto gli italiani sono tanto buoni anzi…coglioni

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