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Sono razzisti anche i caschi da equitazione: “Non si adattano ai rasta”. Parola del New York Times

by Cristina Gauri
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cavallo capelli afro

Roma, 6 mar — L’ossessione della stampa liberal per le discriminazioni razziali e per l’inclusione ha conquistato l’ennesima vetta del ridicolo grazie al New York Times, che in un articolo del 3 marzo punta il dito contro il sistemico razzismo dei caschi da equitazione accusati di non adattarsi ai capelli degli afroamericani dotati di pettinature afro. I cavallerizzi neri vogliono cavalcare in sicurezza. Ma non trovano caschi adatti ai loro capelli, questo il titolo dell’articolo. Corollario: l’equitazione rimane uno sport «prevalentemente bianco» e urge trovare il modo di salvare il cranio dei «cavalieri neri» e i loro preziosi rasta.

I caschi da equitazione sono razzisti

Sorpresa: non esiste soluzione, anche senza una laurea in fisica o in ingegneria appare chiaro che non è possibile infilare una chioma rasta in un caschetto da equitazione, ci sentiamo anche vagamente idioti a doverlo spiegare. Ma del resto l‘idea di tagliarsi, semplicemente, i capelli fa ribrezzo alle Rosa Parks da scuderia. Il solo suggerire di sacrificare un pezzo così importante dell’identità culturale di una persona — il tutto per evitare che le sue cervella imbrattino il selciato se cade da cavallo — ci pone direttamente nella casella degli insensibili-bianchi-privilegiati-colonialisti-mettete voi qualsiasi altro termine dispregiativo che vi salta in mente. 

E dunque ecco pubblicata la storia strappalacrime di Chanel Robbins, talmente vittima dell’oppressione bianca che — fa sapere il NYT — ha cavalcato per la maggior parte della sua vita, cioè da quando sua nonna ha scambiato una mucca della fattoria di famiglia in Ontario con un pony. Girare sulla groppa di un pony, la classica attività da persone vittime di marginalizzazione. «Circa otto anni fa ha riallacciato i rapporti con suo padre, originario della Giamaica. Per avvicinarsi ulteriormente al genitore biologico, Robbins si è fatta i dreadlocks». Qui sorgono i problemi, perché a causa della voluminosa acconciatura, «il casco da equitazione non le andava più bene e non riusciva a trovarne uno della sua misura». Ulula dunque la Robbins: «Proprio quando finalmente mi sono sentita dannatamente me stessa», riconnessa alle proprie origini, «la società mi sta chiedendo di cambiare. Voglio solo essere in grado di cavalcare».

Il New York Times si copre di ridicolo 

Insomma, secondo la nostra Chanel il mondo dovrebbe cambiare perché lei ha deciso di basare la propria personalità su come acconcia i capelli. E ha pure trovato, la povera oppressa, una testata internazionale disposta a portare la sua storia all’attenzione di centinaia di migliaia di persone. «I cavallerizzi neri si sono sentiti a lungo invisibili, in uno sport che rimane prevalentemente bianco. Per chi ha i capelli afro, per molti una dichiarazione di orgoglio e identità nera, trovare un casco che si adatti correttamente è quasi impossibile, creando» sentite qui «l’ennesima barriera alla piena inclusione». Dal punto di vista li capiamo: perché scendere a compromessi quando il sistema culturale in cui sei immerso ti coccola e avvalla ogni tuo capriccio?

Cristina Gauri

 

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1 commento

fabio crociato 7 Marzo 2023 - 10:30

Andassero senza sella, senza redini e senza casco… il cavallo sarà buon giudice.

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