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Roma, 25 feb – Garanzia Mario Draghi. Sarà il governo dei migliori, dicevano. Al bando l’uno vale uno, rispolveriamo la competenza, dicevano. Poi, d’un tratto, arrivò la prova del nove: le nomine di ministri e sottosegretari. E nella spartizione dei sottosegretari, in un Tetris da far impallidire i cantori del Pentapartito, scoprimmo che a contare era solo la fedeltà alla linea politica della propria compagine. Prova ne è la conferma del grillino Manlio Di Stefano agli Esteri. Per compensare l’impreparazione (generoso eufemismo) del ministro Luigi Di Maio, serviva un asso come vice.

Un sottosegretario di provato spessore. Certo, non avrà l’esperienza di un Lavrov, la sfacciataggine volpina di un Kissinger e se proprio vogliamo restare in casa, neppure le capacità diplomatiche di un Andreotti. D’altronde l’epoca dello scontro tra titani è archiviata, il globalismo ha oscurato pure le semplicistiche accuse di politica estera eterodiretta e i dicasteri chiave potrebbero essere riempiti mettendo mano all’album delle figurine Panini.

Manlio Di Stefano, l’amico dei libici

Manlio Di Stefano non sarà ferratissimo in relazioni internazionali, ma a differenza del titolare della Farnesina – il suo ex capo politico – almeno conosce bene la geografia. Talmente tanto che ad agosto scorso, dopo la drammatica esplosione a Beirut, se ne uscì così su Twitter: “Con tutto il cuore mando un abbraccio ai nostri amici libici”.

Prendere libici per libanesi, così, tanto per dimostrare al mondo di che pasta son fatti i vertici politici italiani. Ma un errore, per quanto grossolano e decisamente imbarazzante, può starci suvvia. Sbagliando si impara, soleva rammentarci la maestra delle elementari.

Manlio Di Stefano, l’anti-colono

Peccato che l’esponente pentastellato non fosse nuovo a strafalcioni. A luglio 2019, il sottosegretario riconfermato agli Esteri, volle mostrare tutta la sua conoscenza della storia italiana. “L’Italia può e deve essere protagonista di una nuova stagione di multilateralismo sincero e concreto. Possiamo esserlo – specificò Di Stefano – perché non abbiamo scheletri nell’armadio, non abbiamo una tradizione coloniale, non abbiamo sganciato bombe su nessuno e non abbiamo messo il cappio al collo di nessuna economia”.

Un’uscita tutto sommato sensata, non fosse per quel “non abbiamo una tradizione coloniale”. Ignorare quasi 70 anni di colonialismo italiano può essere utile per una riconferma agli Esteri. Chapeu SuperMario, queste sì che sono nomine per un governo come si deve.

Eugenio Palazzini

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