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Roma, 27 ago – Nel caso a qualcuno fossero rimasti dei dubbi sulla presunta neutralità dei giganti del capitalismo, digitale o meno, ecco l’ennesima conferma di come le grandi piattaforme abbiano – e non facciano nulla per occultarlo– una precisa visione politica. E così, la pagina GoFundMe aperta dal padre del diciassettenne Kyle Rittenhouse per sostenere i costi della difesa legale è stata rimossa dal sito pochissimi minuti dopo l’apertura. Come noto, Rittenhouse è stato arrestato e incriminato per omicidio di primo grado nonostante – come è stato largamente documentato da video, fotografie e testimonianze – egli si sia difeso da assalitori violenti, tutti per altro con gravi precedenti penali.

La pagina di raccolta fondi aveva riscontrato peraltro un notevole successo, ma pochi minuti dopo le prime consistenti donazioni gli utenti si sono trovati davanti un messaggio che lasciava poco alla immaginazione, «siamo spiacenti, ma quella campagna non può essere trovata». Non si può nemmeno pensare che si tratti di una oggettiva policy di GoFundMe nel caso della commissione di atti violenti, perché la stessa piattaforma ha ritenuto del tutto legittima la raccolta fondi patrocinata dai sostenitori di Black Lives Matter e che è arrivata alla enorme cifra di 1,3 milioni di dollari in donazioni per la difesa legale dei teppisti arrestati a Portland. I sostenitori di Blm, è storia nota, hanno distrutto, saccheggiato, devastato, messo a ferro e fuoco e in alcuni casi si sono resi responsabili di atti di grave violenza contro persone.

Il caso più paradossale di doppio binario morale è certamente la raccolta fondi, mai sospesa da GoFundMe e arrivata a 1,6 milioni di dollari, a favore di Jacob Blake: condannato anche per crimini sessuali, è lui al centro del fatto che ha dato il via ai disordini di Kenosha, dopo che la polizia gli ha sparato al termine di una lunghissima serie di richieste di fermarsi. Chi detiene il record della raccolta fondi più considerevole è certamente la famiglia di George Floyd che ha ricevuto la strabiliante somma di 14,7 milioni di euro in donazioni private, una enormità in confronto agli appena 800.000 dollari raccolti a favore di Cannon Hinnant, un bambino bianco di soli 5 anni brutalmente ucciso da un afro-americano e la cui vicenda è stata convenientemente omessa da gran parte della stampa mainstream. La cifra è stata raccolta dopo la creazione e la messa in circolazione dell’hashtag #SayHisName, pensato proprio per dare risalto alla drammatica vicenda del bambino ucciso dal cono d’ombra dentro cui i mass media l’avevano relegata.

Cristina Gauri

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