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Roma, 3 lug – Nulla è più al sicuro dall’ondata iconoclasta che si accompagna al Black lives matter. L’onda lunga delle proteste che si è abbattuta su statue, toponomastica, film e marchi alimentari non risparmia nemmeno la National Football League americana e in particolare il nome della squadra dei Washington Redskins. Il motivo è presto detto: «redskins», cioè «pellerossa», sarebbe un nome razzista. Del resto è il brunito volto di un nativo americano che viene esibito sul casco dei giocatori della squadra. Lo riporta AdnKronos.

Ma l’ordine è perentorio: «Cambiate il nome alla squadra», e proviene dalla FedEx, il colosso che ogni anno versa 205 milioni di dollari per battezzare lo stadio in cui la squadra gioca le partite casalinghe. «Abbiamo fatto pervenire a Washington la nostra richiesta affinché la squadra cambi nome», ha comunicato la FedEx in una nota al network Espn. Come se non bastasse Frederick Smith, presidente e Ceo di FedEx Corp., è anche azionista di minoranza dei Redskins. Insomma, chi paga decide. E quindi via il nome «razzista».

Anche perché la FedEx non è stata la sola a chiedere la talebanizzazione dei RedSkins. Ci sarebbero anche Nike e PepsiCo, che avrebbero ricevuto comunicazioni firmate da 87 azionisti di peso; e la richiesta è sempre la stessa, il cambio del nome, pena la rescissione del contratto con la squadra di football. Nelle ultime ore la Nike avrebbe rimosso il merchandising della squadra dal proprio negozio online. Non è la prima volta che il nome dei «pellerossa» viene stigmatizzato: già nel 2014 due membri del Congresso avevano scritto una lettera al commissioner della Nfl, Roger Goodell: ‘«La National Football League non può più ignorare e perpetuare l’uso di questo nome per quello che realmente rappresenta: un insulto razzista». Stavolta, però, sembra proprio che i RedSkins così come li conosciamo abbiano le ore contate.

Cristina Gauri