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Roma, 6 giu – Decimo giorno consecutive di proteste negli Stati Uniti per la morte di George Floyd. Migliaia di persone scese in piazza in diverse città americane, da Seattle a New York, da Los Angeles a Washington. C’è stata però un’estensione della contestazione al di fuori degli States, con manifestazioni anche in Germania (a Francoforte) e in Canada (nella capitale Ottawa). Chi protesta ufficialmente lo fa per denunciare il razzismo nella società americana e la violenza a senso unico della polizia. Eppure come abbiamo visto nei giorni scorsi non sono affatto mancate scene di rabbia incontrollata, tra scontri, atti vandalici, negozi saccheggiati o dati alle fiamme.

Un premier in ginocchio

La contraddizione della violenza che denuncia la violenza va da sé e stride con la foto del premier canadese Justin Trudeau inginocchiato di fronte ai manifestanti. “E’ arrivato il momento di riconoscere che anche noi canadesi abbiamo i nostri problemi – ha dichiarato Trudeau – c’è del sistemico razzismo in Canada”. Ma è proprio questa immagine plastica che è in sé emblematica di un modus pensandi. Mettersi in ginocchio, tradizionalmente, è un atto che esprime supplica o adorazione. Che sia di fronte a un re o al cospetto di Dio. Nel caso di specie sta però assumendo un significato affatto ieratico, non c’è nessuna sacralità, non si percepisce alcuna devozione. E’ un gesto meramente di protesta che trasuda senso di colpa anche quando la colpa non sussiste, perché non la si ha. Non risolve nessun problema esistente, non genera un cambio di paradigma ma sfocia nella virale emulazione modaiola da social. Dalla squadra di calcio al vip di turno, dal giornalista progressista a chi semplicemente sente il bisogno di uniformarsi per apparire.

La farsa non diventa leggenda

L’obiezione agile è ammantata di debolezza conformista e suona come sempre in questi casi: è comunque importante mandare un messaggio e farsi sentire. Si potrebbe viceversa controbattere che in realtà siamo di fronte alla solita indignazione unidirezionale che poi ignora (volutamente o meno) quanto accade ad altre latitudini, in altri contesti. Ma stiamo sul pezzo della protesta in atto, perché in fondo si dirà che è sufficiente il suono di una campana tra le macerie a squarciare il silenzio. E invece no, perché anche standoci su questo pezzo, non si scorge alcuna potenza necessaria a rimuovere l’odierna cortina di bambù, ideale separazione tra due visioni del mondo.

Perché la moda è moda e in quanto tale non dura. Chi si inginocchia oggi, non è destinato a generare un tuono. Non ci sarà quindi il rimbombo del pugno guantato di Tommie Smith e John Carlos, perché la farsa non diventa mai leggenda. Comunque la si pensi, sulla farsa e sulla leggenda. Così mentre negli Stati Uniti spunta il video di un altro afroamericano morto dopo essere stato fermato da alcuni poliziotti a Tacoma, nello stato di Washington, proseguirà lo scontro frontale in salsa politica. Da una parte i sostenitori del Trump pensiero e dall’altra gli antagonisti del Trump personaggio. E alla fine prevarrà solo un castrante senso di colpa da sbandierare per qualche giorno.

Eugenio Palazzini

6 Commenti

  1. Ma fatemi il piacere, la storia e la realtà sono chiarissime. Sollevate i pugni e inchinatevi quanto volete ma non cambierete la natura delle cose. Patetici.

  2. Pensate che schifo c’e’ dietro a tutti sti bastardi che fanno tutta sta pantomima per un drogato strafatto di metanfetamina che per fermarlo hanno dovuto schiacciarlo e hanno fatto bene, sarei curioso di vedere l’esame autoptico tanto per essere chiari di cosa stiamo parlando

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