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attentato Manchester Abedi Isis jihadistaManchester, 26 mag – Non era un lupo solitario e non era “depresso”: per una volta sono tutti d’accordo, Salman Abedi era davvero un “soldato del Califfato”, come definito dall’Isis nel comunicato di rivendicazione. Un soldato in contatto con un esercito che ha il suo quartier generale, ma ha anche la sua rete dietro le linee nemiche. Dietro lo stragista libico, ci sarebbe in particolar modo un asset anglo-tedesco, che si affiancherebbe a quello franco-belga. Quattro giorni prima della strage al concerto di Ariana Grande, Salman era a Dusseldorf. Non è ancora chiaro per quanto tempo ci sia rimasto, ma l’intelligence tedesca si è subito messa in moto per scovare eventuali complici. Si parla inoltre di un suo viaggio a Francoforte, nel 2015. Ma è soprattutto su Dusseldorf che i fari sono puntati. Qui, nel novembre scorso, una maxi-retata aveva permesso di arrestare cinque pezzi grossi legati all’Isis, tra cui quello che è considerato il “reclutatore numero uno in Germania”, Ahmad Abdelaziz, detto Abu Walaa. Sempre a Dusseldorf aveva portato un’altra inchiesta di terrorismo, quella per gli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016: Samir E., un cittadino tedesco in contatto con il kamikaze Ibrahim El Bakraoui, aveva ricevuto sul suo cellulare un Sms con la scritta “Fine” tre minuti prima delle esplosioni.

E non va dimenticato che, un mese prima degli attentati di Parigi, Salah Abdeslam era partito in auto per Ulm, dove aveva recuperato tre persone. Mohammed Abrini, l’uomo col cappello dell’aeroporto di Zaventem, si trovava invece a Birmingham l’11 luglio del 2015 per incontrare Mohammed Ali Ahmed e Zakaria Bonfassil, che gli hanno fornito 3.800 euro utilizzati poi nella preparazione degli attentati. La rete jihadista che attraversa Germania, Belgio, Francia, Regno Unito è fluida: si formano nuclei, poi ci sono arresti, qualcuno riesce a sfuggire, si rimette in contatto con la rete, arrivano nuovi foreign fighters di ritorno, si riformano nuclei. Del resto i nuovi volontari, anche in Occidente, non mancano. Per loro, spesso basta un breve corso a distanza, senza neanche bisogno dell’apprendistato in Siria. In questa rete liquida si inserisce Salman Abedi che, secondo il Times, era da un anno che stava progettando il suo attentato. Mesi fa avrebbe creato un fondo bancario inattivo, da utilizzare per acquistare il materiale necessario a confezionare l’ordigno della strage. Avrebbe inoltre affittato da tempo l’appartamento individuato ora come covo e luogo di assemblaggio della bomba. Secondo la Cnn è probabile che Abedi abbia ricevuto un training dall’Isis in Siria alcuni mesi prima dell’attacco, sulla base di informazioni raccolte nella fase preliminare dell’inchiesta.

Non è ancora da escludere che la cellula fosse composta da più membri. Finora sono otto le persone fermate. Altre due, il padre libico di Abedi, Ramadan, e il fratello minore Hashem sono detenuti da mercoledì a Tripoli. L’intricata rete jihadista, infatti, di dipana anche fra le tribù libiche un tempo tenute a freno da Gheddafi e ora in pericolosa libera uscita. La tribù degli Abedi è originaria della Cirenaica ed era tra le più ostili a Gheddafi. Il padre di Salman è intimo di Suhail Al-Sadiq Al-Ghariani, figlio del Gran Muftì che esorta tutte le sere la folla di Tripoli a combattere sia contro Haftar che contro il governo di Fayez al-Sarraj, riconosciuto dagli occidentali. Sembrerebbe, inoltre, che Ramadan Abedi abbia militato fin dal 1995 nel Gruppo combattente libico, legato ad Al-Qaeda, e poi fra i protagonisti della guerra civile contro Gheddafi nel 2011. Negli ultimi anni, poi, Ramadan sarebbe entrato a far parte della Brigata Abu Salim (sobborgo islamista di Tripoli) che appoggia l’ex governo Ghwell e continua a tessere i rapporti con gli islamisti, forse anche con l’Isis. Ius soli e primavere arabe: la storia di Salman Abedi ha prepotentemente a che fare con i tragici errori dell’Europa.

Giorgio Nigra

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