Roma, 6 giu – Un anno e mezzo fa, una ragazza di 16 anni di Arnhem, Olanda, si rivolse alla clinica Levenseind, ​​all’Aia, di nascosto dai parenti. “Sono idonea per l’eutanasia o l’assistenza al suicidio?”, fu la domanda della giovane alla direzione della struttura. “No”, è stata la risposta. Quella ragazza, come tutti ormai ben sanno, è Noa Pothoven, la diciassettenne ammalata di gravissime forme di depressione, anoressia e disturbo di stress post traumatico, che qualche giorno fa si sarebbe tolta la vita lasciandosi morire di fame e di sete. Aveva chiesto l’eutanasia a una delle cliniche autorizzate dallo Stato perché riteneva che le sue sofferenze non avrebbero mai avuto fine, né miglioramento, ma la richiesta era stata più volte respinta.

Nessuna alternativa

Ma era stata data un’alternativa a questa ragazza? Del resto era esattamente la richiesta che dovevamo aspettarci da una giovane colpita da un gravissimo stato di prostrazione mentale, quando il Paese in cui vive non riesce a prendersene clinicamente cura e al contempo promuove una “cultura del suicidio” che sprona le persone ad andare incontro alla propria disperazione, anziché rifuggirla. Nella storia clinica di Noa, infatti, sembra essere tracciato un percorso di inadempienze che la spingevano dritta nell’abbraccio della rassegnazione e, in sostanza, della scelta di morire. Code di un anno e mezzo per il ricovero in una clinica specializzata nella cura dei disturbi alimentari, in un sistema sanitario malato di cronica carenza di istituti che curano i disagi psichiatrici giovanili. Ricoveri sempre troppo traumatici che non l’avevano mai aiutata a riprendersi. Nel frattempo, la depressione e l’anoressia non allentano la morsa. Le automutilazioni. “Se hai una grave malattia cardiaca, puoi subire un intervento chirurgico nel giro di poche settimane. Ma se si ha un grave disturbo psichico, ti viene detto: sfortunatamente, siamo pieni, ti inseriamo in una lista d’attesa. Così facendo uno paziente anoressico su dieci nei Paesi Bassi è destinato a morire per le conseguenze del disturbo alimentare”, così la giovane aveva dichiarato l’anno scorso in un’intervista al sito Gerderlander. Noa avrebbe avuto più chance di guarire o migliorare se avesse ricevuto un trattamento migliore da parte della sanità olandese? Non lo possiamo sapere, ma sicuramente nessuno le ha dato queste possibilità. 

Aldo Milesi
  

1 commento

  1. La vicenda di questa ragazza lascia spazio ad un’amara riflessione di quanto si possa essere soli nella realtà.

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