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La tentazione anti-americana di Frau Merkel

by La Redazione
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merkel271971Roma, 9 apr – La Germania dell’era Merkel non sembra apparentemente avere nulla di eversivo rispetto all’attuale assetto politico, economico e strategico mondiale: se all’interno domina un politicamente corretto etnomasochista a tinte quasi orwelliane, a prima vista Berlino non sembra avere nulla di particolarmente originale da dire neanche rispetto all’assetto geopolitico globale. Eppure cominciano a moltiplicarsi i segnali di un ruolo sempre più originale della Germania sullo scacchiere internazionale, ruolo che sembrerebbe piacere sempre meno a Washington.

GeRussia: un’asse Berlino-Mosca?

La cancelliera Merkel, per esempio, ha fatto tutt’altro che nascondere il rinnovato ruolo preminente tedesco, a partire dalla sorprendente iniziativa congiunta con la Francia di Hollande che, mettendo al tavolo Putin e Poroshenko con un blitz diplomatico da manuale, ha riportato almeno per il momento una relativa pace nella martoriata Ucraina dell’est, guadagnandosi a un tempo la fiducia russa e – immaginiamo – cinese, dall’altra probabilmente il sospetto o l’aperta ostilità americana. I rapporti tra Putin e la Merkel (che allo “zar”, negli incontri diplomatici, si rivolge direttamente in russo e che è cresciuta nella Ddr filo-sovietica, con in più il sospetto di entrature nei servizi) sono da sempre oscillanti. Lo stesso ruolo tedesco nelle sanzioni alla Russia va analizzato: se la mossa di Soros, che ha appena lodato la Merkel per la sua linea dura con Mosca, potrebbe benissimo essere una dichiarazione “avvelenata”,ostpolitik d’altra parte il ricercatore presso l’Università americana di Mosca Gilbert Doctorow, sul portale Russia Insider, ha sostenuto che l’ok tedesco alle sanzioni potrebbe essere motivato dal tentativo di evitare che gli Stati Uniti scatenino una guerra in Europa. Insomma, una sorta di “male minore”. In ogni caso, l’influente analista americano George Friedman, in un’intervista rilasciata la scorso dicembre alla rivista russa Kommersant’, ha dichiarato che per gli Usa “il pericolo maggiore è la potenziale alleanza tra Russia e Germania”. È l’idea della GeRussia cara agli studiosi di geopolitica, che ha già un vasto numero di nemici (Svezia, Regno Unito, Polonia, parte dell’Ucraina e paesi baltici) ma anche di partner reali o potenziali (Norvegia, Finlandia, Austria, Italia e Francia).

Guerra economica: l’Aiib

La mossa però ancora più sorprendente e clamorosa, quella che rischia di cambiare definitivamente le carte in tavola, è stata quella della recentissima adesione tedesca (e francese) alla Aiib cinese come socio fondatore, seguita a quella britannica (motivata però, anzi quasi obbligata, dai rapporti finanziari vitali con la Cina) e apripista per l’adesione italiana nonché per il subitaneo ripensamento di presunti alleati di ferro degli Usa come Australia e Corea del Sud, a fronte di un Giappone che pare hollande+merkel+putinimpantanato in un drammatico “vorrei ma non posso”, così come per il colpo da maestro della Russia, che ha atteso praticamente fino all’ultimo giorno disponibile – il 31 marzo – per dichiarare la propria adesione fondatrice alla stessa mega-banca continentale. Non è dato sapere se le mosse sono state concertate, ma se così non fosse si tratterebbe di una concatenazione di eventi davvero improbabile. Fatto sta che Cina, Russia e Germania – e con quest’ultima gran parte dell’Europa – si trovano insieme in quello che appare come la più promettente iniziativa economica e finanziaria degli ultimi decenni.

La guerra d’intelligence: i droni europei

Interessanti anche le manovre europee circa l’intelligence. Da sottolineare l’importanza del progetto “Male 2020” (un acronimo che sta per media, altitudine, lunga durata – medium, altitude, long endurance) è relativo alla costruzione di droni europei, per affrancarsi dall’egemonia israelo-statunitense. Si tratta di un progetto che vede cooperare Airbus Defence and Space, Dassault Aviation e Alenia Aermacchi di Finmeccanica. “Ci sono molte buone ragioni per accelerare la politica di difesa comune in Europa”, ha detto la Merkel presentando il progetto poche settimane fa. “Male 2020” è fondamentale perché renderebbe l’Europa indipendente dal punto di vista delle informazioni. “Perché le immagini sono potere: chi ha le immagini, chi conosce la situazione, può agire e prendere le decisioni giuste. In questo modo non dipendiamo dalle immagini di altri, ma abbiamo le nostre. Le immagini europee”, ha spiegato il presidente francese Hollande.

Movimenti di soldati

Le crescenti tensioni fra Berlino e Washington non sono forse estranee anche ad alcune dinamiche di tipo più prettamente militare. A gennaio, infatti, gli Usa hanno deciso di ridimensionare la presenza di truppe americane in Europa. Con due sole eccezioni: Italia e Germania, dove al contrario il numero dei soldati statunitensi è destinato a salire. Nel dettaglio, nel Belpaese arriveranno circa esercitogermaniaaltri 200 soldati, che si aggiungeranno ai 10.700 già presenti. In Germania, invece, ne arriverà qualche centinaia in più. Nel frattempo, tuttavia, Berlino ha appena approvato un incremento della spresa militare del 6,2% nei prossimi 5 anni. Una decisione in contro tendenza rispetto alla gran parte dei Paesi europei, dettata dall’annunciata “disponibilità” tedesca ad assumere anche le redini militari dell’Europa, resa nota dal Ministro della Difesa, Ursula von del Layen a inizio febbraio alla Conferenza internazionale della Sicurezza di Monaco. L’incremento della spesa militare, pare a 8 miliardi di euro tra il 2016 e il 2019, sarà già evidente l’anno prossimo quando le forze armate avranno un bilancio accresciuto di 1,2 miliardi a 34,2 miliardi di euro. Non sfuggirà la portata anche simbolica del fatto: dopo la “rieducazione” post-bellica, pensarsi protagonist in termini military è per la Germania un vero e proprio tabù. Non a caso la diplomazia tedesca recente si è sempre basata sul concetto della Friedensmacht, la forza di pace. Dopo gli interventi in Kosovo nel 1999 e in Afghanistan, Berlino ha puntato I piedi sull’Iraq e, ancora recentemente, su Siria e Libia.

Spionaggio a Berlino: la Cia e la Nsa

Obama_MerkelSullo sfondo non si può non ricordare lo scandalo dello spionaggio condotto dalla National Security Agency americana (Nsa) nei confronti di Berlino, e in particolare personalmente nei confronti della stessa cancelliera Merkel. Uno scandalo che condusse, lo scorso luglio, alla discreta ma effettiva espulsione dalla Germania, tra gli altri, del locale capo della Cia nonché alla limitazione e controllo degli ordinativi industriali dagli Usa nei settori più sensibili per lo spionaggio politico e industriale, come l’elettronica e i computer. La Merkel ha reagito in maniera dura ma senza eccedere nei toni. Più di uno ha ritenuto che l’atteggiamento della Merkel sia stato dovuto alla profondità e delicatezza delle informazioni reperite dalla Nsa, in particolare rispetto al passato della cancelliera nel corso della sua prima vita nella Ddr, quando potrebbe essere stata più “collaborativa” di quanto si potesse immaginare con l’allora regime comunista. A insinuarlo tra gli altri lo Spiegel, che cita anche una biografia non autorizzata e particolarmente critica della stessa Merkel.

L’ambiguità tedesca: il Ttip

Ondeggiante e, purtroppo, ultimamente accondiscendente la posizione tedesca sul trattato di libero scambio transatlantico – Ttip – cui gli Usa hanno affidato gran parte delle proprie sorti di nazione “unica indispensabile”, per usare le parole del presidente Obama della scorsa estate, le cui conseguenze per l’Europa sono previste oscillare tra il negativo e il catastrofico. Se il ministro dell’Agricoltura tedesco, Christian Schmidt, ancora a gennaio si diceva preoccupato perché con il nuovo trattato “non possiamo più tttiptutelare ogni wurstel ed ogni tipo di formaggio”, se il leader della Spd, Sigmar Gabriel, che è anche il numero due del governo guidato da Angela Merkel, nella duplice veste di vice cancelliere e ministro dell’Economia, aveva bloccato le trattative Ue-Usa nell’autunno scorso ponendo il veto tedesco sulla clausola (nota con la sigla Isds) relativa a un unico arbitrato internazionale per risolvere le dispute tra Stati e società multinazionali, ora le cose sembrano cambiate. Lo stesso Gabriel ha attuato un voltafaccia clamoroso, arrivando a dire, lo scorso febbraio, che “se la Germania non vuole perdere influenza nel mondo, deve assolutamente fare in modo che il trattato commerciale Usa-Ue vada in porto”. Parole definitive, al riguardo, sono venute anche qualche giorno fa dalla stessa cancelliera: “Sono venuta a rappresentare la Germania, uno Stato membro, e ho detto che vogliamo il Ttip, e che conclusioni politiche devono esserci per il 2015. Vogliamo raggiungere questo traguardo, perché è importante per crescita e posti di lavori in Europa”, ha sentenziato la Merkel alla Commissione europea. Peccato, perché in Germania il Ttip vede il 41% è contrario, il 39% a favore, con il 20% che non si esprime.

La nuova Ostpolitik preoccupa Washington

Sia come sia, il rinnovato protagonismo di Berlino sembra preoccupare non poco Washington. Recentemente, la più autorevole pubblicazione americana di politica estera, Foreign Affairs, ha pubblicato un articolo sulla Germania, scritto da Hans Kundnani, direttore di ricerca al Council on Foreign Relations, e intitolato “Lasciandosi dietro l’occidente”. Nel testo, Kundnani Russian President Putin holds hand of German Chancellor Merkel during tour of Hanover Messe in Hanoveresprime la sua preoccupazione per il fatto che la Germania possa svolgere un ruolo da “pivot to Asia” (verso la Russia, ma soprattutto verso la Cina). Gli Usa si fidano poco del ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, a lungo considerato filo russo, inclinazione che appare anche dalle intercettazioni della National Security Agency. La linea di Steinmeier aveva già suscitato forti perplessità da parte di Foreign Affairs nell’aprile 2014 in un articolo intitolato “La nuova Ostpolitik della Germania”. Chiosava Stefano Cingolani sul Foglio: “Davvero la Germania sta rompendo il cordone ombelicale con l’occidente? Forse la figura retorica più appropriata è quella di un cavo che da un lato è ben attorcigliato e dall’altro mostra segni vistosi di sfilacciamento. Non tutte le fibre sono lacerate. E chiunque chiedesse oggi ai tedeschi se vogliono spezzarle fino in fondo, riceverebbe un no quasi unanime. Tuttavia il paese, i suoi poteri forti, la sua classe politica, così come i ceti sociali che la esprimono, manifesta un disagio esistenziale direttamente collegato a una ricerca identitaria”.

Il “nuovo ordine paneuropeo”

Un certo timore, a Washington, sembra sia stato creato dall’ultimo report della Stiftung Wissenschaft und Politik (Swp), l’Istituto tedesco per la Sicurezza e gli Affari internazionali, think tank di Berlino che lavora soprattutto per il Bundestag e il governo federale, nel cui board siedono parlamentari bipartisan ed esponenti dei ministeri della Difesa, dell’Economia, degli Esteri e degli Interni. Nel rapporto si dice chiaro e tondo che “l’ordinamento politico interno” degli stati coinvolti nel futuro “ordine paneuropeo” a guida tedesca dovrebbe essere Unverletzlich, cioè inviolabile, incontestabile. Una chiara sconfessione della politica statunitense volta sempre più spesso all’interventismo e all’ingerenza. Secondoml’Swp, “il primo obiettivo della politica estera tedesca deve essere quello di una pacifica coesistenza e coevoluzione tra gli ideali occidentali sull’ordine politico domestico e quelli russi”. Il primo principio di questa nuova linea è proprio quello della “incontestabilità dell’ordine politico interno altrui”. Il think tank invita inoltre ad attenersi a un “sobrio pragmatismo nelle relazioni economiche” con i vicini europei, sottolineando come le forniture energetiche russe sino “fondamentali”.

Conclusione

Insomma, pur fra mille ambiguità, la Germania torna a immaginare un ruolo da protagonista in Europa e nel mondo. La direttrice di questa strategia sembra la vecchia asse Parigi-Berlino-Mosca, come nei primi anni 2000 con Chirac e Schröder al posto di Hollande e Merkel. E Roma? L’Italia per ora partecipa da comprimaria, stretta fra imperativi geopolitici, vassallaggio materiale e culturale e atavica indecisione. Mentre si fa l’asse orizzontale dell’Europa, sta a noi dar vita a quello verticale. In senso geopolitico e non solo.

Francesco Meneguzzo

Adriano Scianca

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