Londra, 10 lug – Il governo britannico di Theresa May è sempre più in crisi. Dopo le dimissioni del ministro per la Brexit David Davis, ieri è stata la volta del ministro degli Esteri Boris Johnson. Una mossa ampiamente prevista in seguito alla svolta soft del governo britannico nei confronti di Bruxelles, che i conservatori euroscettici hanno visto come un tradimento dei principi ispiratori della Brexit.
Dopo l’annuncio di Johnson la premier May, quasi a mettere le mani avanti, ha tenuto un discorso di fronte alla Camera dei Comuni, durante il quale ha dichiarato che il governo britannico deve prepararsi a tutti gli scenari possibili sulla Brexit, incluso quello in cui non si dovesse riuscire a trovare un accordo. Tuttavia ha voluto difendere il suo progetto di futura relazione con l’Ue dopo la Brexit, sostenendo che essa getta le basi per negoziati con Bruxelles “responsabili e credibili”. Ha anche aggiunto che i negoziati sulla Brexit sono stati necessariamente “intensificati”, poiché è rimasto poco tempo prima che il Regno Unito lasci l’Unione Europea. Quel che è sembrato a molti analisti, però, è che l’accordo sia insostenibile e che il compromesso che la May ha fatto firmare al suo governo abbia il sapore di una Brexit, di facciata, fatta solo a parole.
Bruxelles sembra non volere mettere il becco nelle questioni britanniche e pare resti a guardare, affermando che continuerà a “negoziare in buona fede con il primo ministro May e i negoziatori britannici per arrivare a un accordo”, augurandosi che “il Regno Unito assuma una posizione tale da concludere un ampio accordo di associazione con l’UE: è nell’interesse di entrambi che i negoziati vadano avanti”.
Al posto di Johnson Theresa May ha voluto Jeremy Hunt, 51 anni, già titolare del dicastero ministro della Sanità da quasi sei e al governo ininterrottamente dal 2010. A lui l’onore e l’onere di occuparsi della visita del presidente americano Donald Trump nel Regno Unito, in programma da giovedì sera. Per rimpiazzare Davis, invece, è stato scelto Dominic Raab, astro nascente dei Tories ed ex ministro per l’abitazione, noto per le sue posizioni euroscettiche.
Nel frattempo a agitare ancora di più le acque ci si è messo anche il leader dei laburisti Jeremy Corbyn, il quale getta benzina sul fuoco affermando che ormai il governo May è alla frutta e niente lo potrà più salvare. Per questo non nasconde la sue speranze nel voto anticipato e in un nuovo referendum. Un’eventualità non del tutto remota, poiché se i brexiters dovessero raccogliere le 48 firme necessarie a innescare il voto di sfiducia ai Comuni per la May non rimarrebbero che le dimissioni.
Anna Pedri  

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