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Roma, 30 nov – Tre aborigeni che in passato risultarono vittime delle attenzioni di un prete pedofilo citano in giudizio la Chiesa per non aver preso provvedimenti.



Bergoglio e l’arcivescovo citati in giudizio

L’Australia si conferma così una dolorosa spina nel fianco per la Chiesa cattolica. Una terra di confine, da cui arrivano alcune delle più sconcertanti vicende legate a casi di pedofilia che sarebbero stati commessi da uomini di Chiesa. Ultimo in ordine di tempo, è il caso esplosivo che ci arriva dallo Stato di Victoria, ove davanti la Corte Suprema sono stati citati in giudizio Papa Francesco, l’arcivescovo di Melbourne, monsignor Peter Andrew Comensoli, e la sua stessa arcidiocesi. 

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Tre aborigeni subirono abusi da un prete pedofilo

A promuovere il giudizio, tre aborigeni che avrebbero subito, stando alle loro dichiarazioni, molestie sessuali in tenera età da parte del prete pedofilo padre Michael Glennon. La chiamata in causa delle alte sfere vaticane nasce dal fatto che il Vaticano stesso, stando all’accusa, sarebbe stato al corrente di quanto avveniva: e dopo la condanna a due anni di reclusione di Glennon, avvenuta nel lontano 1978 per molestie commesse su ben quindici minori, non avrebbe preso provvedimento alcuno.

Gli aborigeni lamentarono ripercussioni drammatiche a causa delle attenzioni del prete

I tre aborigeni fanno rilevare come le molestie del prete pedofilo avessero ingenerato delle ripercussioni notevolissime e drammatiche sulle loro vite. Si tratta di problemi di ordine psicologico, tossicodipendenza, la perdita del lavoro e della abitazione. E proprio per questo hanno deciso di chiedere un risarcimento notevole ai vertici ecclesiali cattolici, chiamando in causa lo stesso Pontefice. Il loro legale ha precisato: «Si tratta di fare in modo che il Papa e il Vaticano accettino le proprie responsabilità. Quale possibile scusa possono avanzare per non aver ridotto padre Glennon allo stato laicale?».

Il caso del cardinale Pell

Come detto in apertura, non si tratta certo della prima vicenda del genere che dalla lontana terra d’Australia arriva a scuotere le alte gerarchie ecclesiali. Il caso più eclatante resta senza dubbio quello del cardinale George Pell. Prefetto emerito della Segreteria per l’economia, venne accusato di aver violentato due ragazzini del coro della cattedrale di Saint Patrick a Melbourne. Finì condannato a sei anni di carcere in primo e secondo grado ma venne assolto, alla unanimità, dalla Corte Suprema. Un’assoluzione finale che aveva tratto d’impaccio lo stesso Papa Bergoglio, che aveva contato sull’opera di Pell nel Consiglio dei Cardinali, organismo che coadiuva il Pontefice nella riforma della Curia romana e nel governo ecclesiale.

Dopo l’assoluzione, Pell aveva commentato: «Il mio processo non è stato un referendum sulla Chiesa cattolica, né un referendum su come le autorità della Chiesa in Australia hanno affrontato il crimine della pedofilia nella Chiesa. Il punto era se avevo commesso questi terribili crimini e non l’ho fatto. L’unica base per la guarigione a lungo termine è la verità. E l’unica base per la giustizia è la verità, perché giustizia significa verità per tutti».

Cristina Gauri

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