libiaTripoli, 5 nov – “Se l’Ue non riconosce il governo di Tripoli perché dovremmo trattenere i migranti?”. E’ una vera e propria minaccia quella di Jamal Zubia, portavoce per i media esteri del Congresso generale nazionale di Libia insediatosi a Tripoli.

“La Libia sta spendendo decine di milioni di euro all’anno per fermare il flusso dei migranti diretto in Europa – ha detto Zubia al corrispondente del quotidiano britannico The Telegraph – e l’Unione Europea continua a non voler riconoscere il nostro governo. Noi stiamo proteggendo le porte d’Europa e tuttavia l’Europa non ci riconosce né intende farlo?” “Io stesso – ha poi precisato – ho proposto diverse volte al mio governo di noleggiare delle imbarcazioni e mandare quelle persone in Europa“.

I funzionari dell’autoproclamato Parlamento di Tripoli, che si considerano gli unici legittimi governanti della Libia, hanno poi specificato tre giorni fa al giornalista britannico che avrebbero già potuto noleggiare barconi per inviare migliaia di africani in tutte le Nazioni europee che si affacciano sul Mediterraneo. Inutile dire che i principali destinatari di questo gentile messaggio siamo proprio noi italiani.

Sarebbe stato d’uopo attendersi almeno una risposta secca da parte del governo italiano, considerato che in realtà Tripoli non ha fatto proprio nulla per fermare il flusso di profughi verso le nostre coste. Ed invece il governo Renzi si è limitato ancora una volta ad incassare.

E dire che la Libia è ormai una ex Nazione, un territorio spaccato sulla carta in due: la Tripolitania ad Ovest con Tripoli capitale non riconosciuta a livello internazionale e la Cirenaica ad Est con capitale Tobruk, l’unica che ha ottenuto un riconoscimento da parte dell’Ue. Peccato che oltre a queste apparenti macroareee vi siano vasti spazi territoriali controllati da diversi pseudogoverni locali, il Fezzan ad esempio è praticamente spaccato in tre: l’intera area confinante con l’Algeria è controllata dalle milizie tuareg, il sud-ovest delimitato da frontiere porose tra Niger e Ciad è in mano in parte alle milizie tibù mentre ampie zone sono sotto il controllo di vari gruppi jihadisti, per altro presenti in buon numero anche in importanti centri lungo la costa mediterranea come Derna. Lo Stato Islamico ha inoltre una forte presenza sempre a Derna e in altre città sia della Tripolitania, Sirte e località limitrofe alla stessa Tripoli, sia della Cirenaica, nei pressi di Bengasi. Si tratta comunque di un quadro parziale, in parte inesatto perché soggetto a continui cambiamenti e viziato da notizie sovente inattendibili e che giungono altalenanti soprattutto dalle zone meno accessibili agli inviati dei media internazionali.

Proprio due giorni fa ad esempio una milizia locale ha rapito il ministro della Pianificazione del Governo di Tripoli. Testimonianza chiara del fatto che la stessa ex capitale della Libia unita è terra di nessuno o per meglio dire di troppi gruppi armati che si permettono qualunque tipo di azione. Soprattutto adesso che l’Onu ha rilanciato una bozza di accordo per un governo di unità nazionale tra i Parlamenti di Tobruk e di Tripoli, accordo peraltro già respinto meno di un mese fa da entrambi i governi libici e osteggiato da tutti i gruppi armati che non riconoscono questi governi. La nuova proposta doveva essere discussa tre giorni fa dai deputati della Cirenaica ma è stata subito congelata da un portavoce di Tobruk, che ha glissato: “vogliamo più tempo per pensarci”.

Intanto quattro giorni fa il cimitero italiano di Tripoli è stato devastato, tanto per far giungere a Roma un altro simpatico messaggio. Ed anche in questo caso la risposta italiana non c’è stata. Il Governo Renzi si limita semplicemente ad attendere, sorridendo, i barconi di profughi promessi da Tripoli.

Eugenio Palazzini

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