Roma, 19 dic – La guerra civile in Siria, che pareva addormentata da quando l’esercito di Damasco aveva chiuso la partita nel sud-ovest del paese, riconquistando completamente i governatorati di Daraa (la città in cui erano iniziate le proteste, nell’inverno 2011) e Quneitra, potrebbe risvegliarsi nel giro di poche settimane.

Non sarebbe però il fronte di Idlib quello da cui partirà l’ennesima scintilla del lunghissimo conflitto, visto che, nonostante una serie di scaramucce, la tregua negoziata da Turchia e Russia sembra tenere. E’ il confine settentrionale a scricchiolare, sotto il peso delle dichiarazioni di Erdogan che, a giorni alterni, minaccia di entrare nel territorio sotto controllo curdo, tanto a est, quanto a ovest del fiume Eufrate.

Ed è di poche ore fa la notizia, trapelata sul Wall Street Journal, secondo la quale il presidente americano Donald Trump, dopo aver dichiarato la definitiva vittoria nella guerra contro l’Isis, avrebbe già dato indicazioni per un ritiro “as soon as possible”, il prima possibile, dei suoi duemila soldati dispiegati in quella zona. Il che, oltre a confermare che gli stivali sul campo gli americani li hanno messi eccome, perché duemila uomini non sono proprio pochini, parrebbe aprire la strada all’operazione militare turca, tanto cara a Erdogan, soprattutto in vista delle pericolose elezioni amministrative di marzo, che cadono nel bel mezzo di una situazione economica non troppo florida. La notizia è stata rilanciata dalla Reuters, sempre nella serata di mercoledì, con tanto di precisazioni logistiche: il personale civile lascerà la Siria nelle prossime 24 ore, mentre i militari (compresi quelli che presidiano l’area che circonda il valico siro-iracheno di Al Tanf, nel sud, se ne andranno nei prossimi due o tre mesi.

Da qualche giorno, a dire il vero, circolava la voce di una richiesta fatta a Damasco da parte dei capi delle Syrian Democratic Forces, l’organizzazione militare a guida curda che controlla quella parte del territorio siriano. Sintetizzando, una proposta di combattere fianco a fianco l’invasione turca. Probabilmente fiutavano il possibile tradimento di Washington, che fino ad oggi è stato lo sponsor, il fornitore e il fiancheggiatore di questa formazione militare. La risposta di Assad, espressa per bocca del ministro degli esteri Waleed Muallem, non si è fatta attendere: “La Siria non accetterà al suo interno entità indipendenti o autonome”. Tradotto: “Cari Curdi, se volete riconsegnarci il territorio che avete occupato durante questi anni di guerra, se ne può parlare, altrimenti con i Turchi ve la vedete voi”.

In realtà non è ancora chiara la posizione di Putin, principale protagonista – e in alcuni casi regista – delle vicende mediorientali a partire almeno dal 2015, che ha un duplice interesse: mettere in crisi il rapporto fra Stati Uniti e Turchia, indebolendo così la Nato e il legame fra gli Usa e i suoi partner europei, e rafforzare la sua presenza in Siria, controbilanciando in questo modo la presenza iraniana, per stabilizzare e controllare l’intera area. In pratica il ruolo che hanno avuto gli Stati Uniti fino alla loro scriteriata avventura irachena del 2003.

E’ evidente che in caso di scontro diretto fra Turchia e Siria, questo disegno del presidente russo andrebbe a farsi benedire, e che quindi a Mosca si cercherà una nuova mediazione. Potrebbe però realizzarsi uno scenario intermedio, e la Turchia potrebbe utilizzare nell’operazione, invece delle sue forze armate, le decine di migliaia di siriani che, provenienti dal Free Syrian Army e da una miriade di formazioni più o meno islamiste, ma senza la componente estremista di Tahrir al Sham (la filiale siriana di Al Qaeda), si sono messi sotto l’ombrello di Erdogan, ricevendo addestramento e forniture militari. In questo modo l’azione turca verrebbe fatta passare come un nuovo capitolo della guerra civile, e permetterebbe a Mosca, Ankara, Teheran e Damasco di proseguire nel negoziato. A quel punto Erdogan lascerebbe mano libera all’esercito siriano nel quadrante di Idlib, che a lui non interessa affatto, per ottenere un ruolo di “protettore” delle popolazioni sunnite del nord, nella Siria di domani. Sempre che i Curdi non decidano di cedere immediatamente al governo il vasto territorio che occupano a est dell’Eufrate, mettendo così gli eserciti turco e siriano uno di fronte all’altro.

Mattia Pase

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  1. Trump già un anno fà aveva promesso di andarsene dalla Siria ma il deep state sionista che comanda negli USA,che vuole la distruzione dello stato siriano sovrano e la annessione di pezzi di territorio ad Israele, non glielo ha permesso.Quindi è tutto da vedere se gli verrà permesso adesso.

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