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trump armi sauditiRiad, 21 mag – E’ cosa risaputa che in campagna elettorale le dichiarazioni dei candidati hanno una credibilità prossima allo zero. E siccome questo assunto vale a tutte le latitudini, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha voluto fare eccezioni. Così, dopo aver sparato a zero sull’Arabia Saudita, criticando il trattamento riservato alle donne e ai gay da parte del Regno dei Saud, e ventilando la possibilità che il Paese sia coinvolto nel supporto alle attività terroristiche di svariati gruppi integralisti, quale destinazione ha scelto per il suo primo viaggio all’estero da Presidente? Riad, naturalmente!

Nè si è limitato a una visita di cortesia, facendosi anzi portatore di un nuovo progetto politico-militare che prevede la costituzione si una “Nato araba” che avrebbe il compito di combattere il terrorismo islamico, e che vede proprio nell’Arabia Saudita il cardine su cui costruire questa alleanza. E già che c’era, Trump ha anche firmato degli accordi commerciali con il principe Mohammad Bin Salman che prevedono vendite di armi per circa 110 miliardi di dollari. Potrebbe sembrare una barzelletta, e infatti è molto probabile che il terrorismo islamico non abbia nulla da temere da questa iniziativa, che è invece finalizzata a fronteggiare il crescente attivismo internazionale dell’Iran sciita. Attivismo che si concretizza, questo sì, in uno sforzo continuo a combattere i peggiori gruppi radicali, che sono, fino a prova contraria, di matrice sunnita e di ideologia molto vicina a quella wahhabita, dominante nella penisola araba. Se infatti non è provato il coinvolgimento dell’Arabia Saudita all’Isis (che gode di altri sponsor, a loro volta legati a Riad), è fuori discussione il supporto logistico, politico e militare che questo Paese fornisce a formazioni che fanno capo ad Al Qaeda. Come ad esempio il Fronte Al Nusra in Siria, che ha cambiato nome un paio di volte per rendersi più presentabile agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, ma che non si è mai spostato di una virgola dalle sue posizioni originarie. Ma non basta, perchè nello Yemen, sconvolto da una guerra civile nella quale i Sauditi sono intervenuti direttamente due anni fa, le forze armate di Riad hanno combattuto in diverse circostanze fianco a fianco con il gruppo AQAP. Sigla che indica Al Qaeda nella Penisola Arabica. A differenza dei cugini di Al Nusra, questi non hanno nemmeno sentito il bisogno di cambiare nome.

In pratica, vendendo armi ai Sauditi, gli Stati Uniti stanno indirettamente ma apertamente sostenendo le attività di Al Qaeda, con la finalità di combattere il terrorismo. Siamo oltre la barzelletta. Non pago, Trump ha fatto dire al suo Segretario di Stato, Rex Tillerson, che l’Iran deve stare lontano proprio da Siria e Yemen. Ovvero i due Paesi in cui Sauditi e terroristi di Al Qaeda collaborano allegramente. Oddio, non così allegramente, stando alle batoste subite dall’esercito saudita ad opera degli Yemeniti, nonostante uno strapotere militare che ha portato all’uccisione di migliaia di civili tramite bombardamenti indiscriminati, operati con aerei e armi comprate a Londra e a Washington, ma che non ha permesso di sconfiggere la coalizione sciita che si oppone ai Sauditi e ad Al Qaeda. Al punto che il nuovo piano è quello di prendere per fame la parte di Yemen in mano ai ribelli, occupando l’ultimo porto ancora in loro possesso, Al Hudaydah. E in questa operazione, vista l’inettitudine dell’esercito di Riad, sarebbe richiesto l’intervento diretto degli Stati Uniti. Il tutto con il benestare di Israele, che per ovvi motivi si tiene in disparte, ma che in Siria ha dato ampia dimostrazione di sapere benissimo da quale parte schierarsi, visto che ha ripetutamente attaccato le forze governative, ma non si è preso la briga di sparare mezza granata sulle basi dell’Isis e di Al Qaeda situate sul Golan, a pochissimi chilometri dal confine israeliano. Cortesia peraltro ricambiata dai terroristi sunniti.

Ad osservare questo teatrino, la Russia. Che però, come ha osservato lucidamente Robert Fisk sull’Independent, conosce la realtà mediorientale molto meglio della coppia Trump-Tillerson, e aspetta che questa “Nato araba” si frantumi sotto la spinta delle rivalità interne al mondo sunnita, molto meno compatto di quanto vuole far credere agli amici statunitensi. Mentre da parte sua l’Iran, vero obiettivo di questa alleanza, ha già diffidato Riad dal fare “stupidaggini”, promettendo – nel caso in cui il consiglio non venisse ascoltato – una lezione che lascerebbe intatte solo le città sante di Mecca e Medina. Chissà se gli accordi siglati da Trump con i Sauditi prevedono anche la costruzione di rifugi antiaerei.

Mattia Pase

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