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Roma, 27 lug – Appena qualche anno fa, sui social network cominciarono a fiorire un po’ ovunque i profili di curiosi personaggi che declamavano a gran voce il raggiungimento della felicità, dopo la coraggiosa scelta di abbandonare esistenze fantozziane fatte di orari fissi e lavori alienanti per seguire i propri sogni sulle ali della libertà. Dalle bianche spiagge polinesiane come dalle barche ormeggiate in Costa Smeralda i neo blogger, fotografi freelance e influencer, e tutte queste belle parole che si traducono con “non lavorare”, ci spiegavano come si fossero liberati dalle catene del lavoro salariato, che apparentemente appartiene solo a chi non ha coraggio e curiosità, omettendo il fatto che nel 99,9% dei casi a pagare la loro libertà erano i soldi di mamma, di papà, dei nonni, di piccoli e grandi imperi di famiglia.

Ma in un mondo che va spaventosamente veloce, in particolare nella dimensione falsata della vita come appare sui social network, in molti devono aver pensato che questa scelta “coraggiosa” poteva essere fatta anche da chi alle proprie spalle non ha un parente stretto nelle alte sfere della finanza o della politica internazionale.

Il punto di arrivo di questa micidiale combinazione di progressismo liberal, narcisismo sbandierato e costante necessità di mostrare la propria bontà (il cosiddetto “virtue signaling”) sono i begpackers. Il gioco di parole in inglese tra “beg” , che significa “supplicare” ma anche chiedere l’elemosina, e “backpack”, che è lo zaino, elemento inscindibile dall’escursionista “fai da te”, è stato creato per identificare un certo tipo di turisti che da qualche tempo a questa parte intasano le strade di diversi Paesi asiatici, non esattamente facendosi amiche le popolazioni locali.

Questi viaggiatori, per lo più provenienti da Australia, Regno Unito e Russia, ma talvolta anche dagli Stati Uniti o dall’Europa, si distinguono senza fatica da tutti gli altri turisti. Nei Paesi in via di sviluppo, li si trova a lato strada, sovente accanto a veri senzatetto bisognosi di aiuto, con i loro cartelli spesso scritti in inglese: “Supporta il nostro giro del mondo!” “Aiutaci a realizzare il nostro sogno!”, “Viaggiare apre la mente, aiutaci a viaggiare ancora!”, immancabilmente piazzati dietro una lattina o un cappello per raccogliere le monete dei passanti.

Nel caso migliore tentano la vendita di chincaglierie fatte a mano, nel peggiore chiedono donazioni in cambio di abbracci: è facile capire i sentimenti di amarezza che questo provoca negli abitanti del luogo, in particolare quelli delle classi più povere che lottano ogni giorno per guadagnarsi il pane. In conseguenza di ciò, in alcuni Paesi del sud est asiatico, come l’Indonesia, le forze dell’ordine hanno recentemente cominciato a “riconsegnare” questi turisti alle relative ambasciate. In Malesia si discute di nuove leggi che impongano ai viaggiatori in entrata un biglietto di ritorno e garanzie sulle spese che potranno effettuare, o una restrizione sui visti turistici.

Insomma come al solito grazie ai “cittadini del mondo” possiamo contare sul sensibile peggioramento delle condizioni di vita per tutti: viaggiare è davvero una delle cose più belle che una persona possa fare, ma è un lusso che pochi possono permettersi, spesso risparmiando sui propri sudati stipendi per anni. Ma questi figli privilegiati della modernità con i loro piedi scalzi e le loro macchine fotografiche da duemila euro non l’hanno capito con le buone, quindi i Paesi che ne pagano le conseguenze si trovano ora a insegnarlo con le cattive.

Alice Battaglia

5 Commenti

  1. Purtroppo abbiamo avuto anche note trasmissioni televisive atte ad incoraggiare questo tipo di turismo pezzente.

  2. Questi “turisti” non sanno neanche apprezzare (e rispettare) i luoghi che visitano. Consapevoli o meno, sono solo degli scemi asserviti a chi vuole cancellare la simbolica del confine.

  3. perchè oltre ai vari influencer, blogger, freelance non aggiungere anche i creatori di fake news, i giornalisi disinformati o semplicemente disattenti? In Malesia non si discute una legge del genere perchè, semplicemente esiste già e chi entra deve essere in possesso del biglietto di ritorno o per una terza destinazione, nonchè deve provare in ingresso di avere i mezzi economici necessari. da qualche decennio, quando influencer, blogger etc non esistevano 🙂

  4. che articolo di parte, già uno che fa distinzioni nette tra cosa sia lavoro e cosa no usando come discriminante la fatica…. bah speravo di leggere qualcosa di interesante invece della solita sparata populista

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