Roma, 2 nov – Dopo il vertice di Roma, chiacchierata passerella che ha chiuso il G20 a guida italiana, tocca alla Cop26 di Glasgow co-presieduta da Italia e Regno Unito. Stavolta il nocciolo della questione sul tavolo è il riscaldamento globale, da disinnescare prima che sia troppo tardi. Ed è tutto un festeggiare obiettivi raggiunti e altri senz’altro centrabili a stretto giro, questione di pochi lustri.



Cop26, tutti a osannare Mario Draghi 

D’altronde dirige l’indiscutibile Mario Draghi, deus ex machina della scema italiana e pure mondiale. Lui che mette d’accordo tutti, plaudenti, festanti, ammaliati da cotanto prestigio internazionale raggiunto dall’Italia. E’ bastata la sua presenza per ribaltare la percezione estera della nostra nazione, d’un tratto saggiamente guidata e condotta verso lidi di sicura prosperità. Così è se vi pare. Ma cosa avrà mai combinato Super Mario? Davvero grazie a lui corriamo verso traguardi insperati fino a pochi mesi fa? A ben vedere, al momento, c’è poco da segnalare sul fronte delle conquiste. Potremmo altresì spendere molte parole sulle belle parole sprecate, in una cacofonica profusione di parole da far invidia alla celebre canzone di Mina.

La Cina non è vicina

Perché il grosso guaio in quel di Roma, prima, e di Glasgow adesso è causato dall’assenza di un attore chiave, senza il quale non è possibile neppure contemplare il benché minimo progetto multilaterale: la Cina. Già, alla Cop26 si discute alacremente sulle strategie da adottare per la decarbonizzazione, ma il tutto appare chimerico se al tavolo non siede il più grande importatore di carbone al mondo. Pechino non solo evita accordi con le altre potenze, ma ha annunciato anche di aver aumentato la produzione giornaliera di carbone: più di un milione di tonnellate al dì per compensare la forte carenza di energia riscontrata negli ultimi tempi. Per l’esattezza la produzione quotidiana di carbone, in Cina, è salita progressivamente e da 15 giorni supera 11,5 milioni di tonnellate. Rispetto al mese di settembre si tratta di un incremento di 1,1 milioni di tonnellate.

L’intesa sulla deforestazione

Il governo cinese al contrario dovrebbe sottoscrivere un altro accordo, volto a fermare la deforestazione entro il 2030. Si tratta, in realtà, di un mero impegno assunto dai leader mondiali presenti alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Risultato ottenibile, sostiene Boris Johnson, grazie ai circa 19 miliardi di finanziamenti messi sul piatto da pubblico (12 miliardi) e privato (7 miliardi). Cifre giudicate comunque insufficienti dalla gran parte degli ambientalisti. “Con gli impegni senza precedenti di oggi, avremo la possibilità di porre fine alla lunga storia dell’umanità come conquistatore della natura e invece diventarne il custode”, afferma il premier britannico. La Cina pare concordare, ma fischietta sul carbone. E la contraddizione è talmente palese da commentarsi da sola.

Eugenio Palazzini

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