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Crollo del Pil ucraino negli ultimi due anni. Le speranze di ripresa, secondo la previsioni della Banca Mondiale, sono tutte da dimostrare

Kiev, 23 dic – Gli sviluppi drammatici della crisi siriana hanno fatto quasi dimenticare all’occidente la questione ucraina, nonostante le decine di migliaia di vittime europee nel conflitto del Donbass, ai confini orientali del paese, tanto che si stenta perfino a ricordare che le sanzioni economiche imposte dagli Usa e dalla Ue alla Russia – e le relative contro-sanzioni decise dal Cremlino – erano e sono tuttora motivate soprattutto dall’annessione russa della Crimea.

A prescindere dalle giuste aspirazioni di settori importanti, nazionalisti e patriottici, della società e della politica ucraina, non si può non riconoscere che l’originale intervento americano in occasione della rivolta che quasi due anni fa portò alla cacciata dell’ex presidente Victor Yanukovich e all’ascesa del successore Petro Poroshenko, nonché allo scoppio della guerra separatista, si sta risolvendo approssimativamente nello stesso modo di tutti gli altri interventi di Washington degli ultimi 20 anni, cioè nel caos.

Il che non significa affatto che si tratti di un fallimento: laddove non è possibile conseguire un cambio di regime – e si parla ovviamente della Russia, potenziale protettore militare di un blocco indipendente e concorrente, così come si è rivelato essere nella stessa Siria – l’opzione del caos, interno o nelle immediate prossimità, costituisce sempre una soluzione accettabile seppure di ripiego. Talvolta altrettanto efficace per prevenire quella che costituisce l’ossessione delle élite neocon al potere alla Casa Bianca, al Pentagono, al Congresso, alla Federal Reserve e ovviamente a Wall Street: l’emergenza di una o più potenze concorrenti con capacità di proiezione globale, ovvero un gruppo dotato delle stesse capacità.

Si tratta, per altro, della medesima ragione fondamentale per cui l’Europa è costretta, talvolta suo malgrado e con specifico riferimento alla Germania ma anche all’Italia, a rinunciare a legami più saldi con Mosca, così come questa spiega a sufficienza il sostegno americano alle mire degli Stati del Golfo verso la Siria e l’Iraq nel grande gioco del trasporto di gas naturale verso l’Europa stessa.

Tornando all’Ucraina, il risultato a due anni dalla crisi è poco meno che catastrofico e denso di rischi ulteriori, come se non fosse stato sufficiente un anno e mezzo di conflitto caldo solo parzialmente raffreddato dai traballanti accordi di Minsk (ma, dalle aree calde, ci arrivano direttamente segnalazioni di continue violazioni e scambi di artiglieria anche pesante).

Il prodotto interno lordo del paese, almeno stando ai dati della Banca Mondiale (controllata dagli Usa), già diminuito del 6,8% nel 2014, si avvia quest’anno a segnare un gigantesco ribasso del 12%.

Da alcuni giorni, avendo mancato la restituzione di circa 3 miliardi di dollari alla Russia in debito sovrano pregresso, Kiev è tecnicamente in bancarotta. Nonostante questo, e contravvenendo alle sue stesse regole, il Fondo Monetario Internazionale(Fmi), guidato da quella Christine Lagarde che in Francia è indagata per corruzione con riferimento al tempo in cui era ministro delle finanze, ha concesso al governo ucraino ulteriori linee di finanziamento che vanno a ingigantire ancora il debito nazionale.

Nonostante l’accordo di libero scambio sottoscritto con l’Unione Europea, il cui rifiuto da parte di Yanukovich ne costò la defenestrazione, non esistono tuttora prodotti ucraini che possano essere commercializzati nella Ue, non ultimo in quanto non rispondenti agli standard richiesti. Nel frattempo, il commercio con l’ex partner commerciale di gran lunga prevalente – la Russia – si è semplicemente azzerato. Alcune fonti segnalano un traffico – forse illegale – di rifiuti valorizzabili in energia verso l’Europa, e questo è tutto.

L’apparato industriale ucraino si va disgregando e rischia il blocco pressoché completo per mancanza di commesse e l’impossibilità di accesso ai mercati internazionali per i pezzi di ricambio a causa del dissesto finanziario.

Politicamente, il governo ucraino è ormai una farsa imbarazzante. Mentre alcune posizioni di rilievo sono state assegnate a personalità straniere – clamoroso il caso della importante regione di Odessa, teatro di scontri sanguinosi all’inizio del conflitto e finita nelle mani dell’ex presidente Georgiano Saakashvili, condannato e ricercato per vari reati nel suo paese che gli ha perfino revocato la cittadinanza, un gruppo di oligarchi di fatto controlla il paese, a partire dal re della cioccolata nonché presidente Poroshenko, passando per soggetti assai più potenti come il pittoresco (e, alcuni sostengono, diabolico, forse soltanto perché ha apertamente offerto ricche taglie per l’assassinio di rivali politici) Igor Kolomoisky, dotato di doppia cittadinanza ucraina e israeliana, residente in Svizzera, a sua volta nominato governatore della regione di Dnipropetrovsk proprio al confine con l’area controllata dai separatisti filo-russi, proprietario di interi settori industriali e soprattutto del settore del gas naturale. Proprio in quanto tale, Kolomoisky l’anno scorso reclutò Hunter Biden nel consiglio di amministrazione della potentissima UkrNaftogaz. Il caso vuole che questo sia il figlio del vice-presidente americano – Joe Biden, appunto.

Nel frattempo, sia nelle riunioni di governo sia nel parlamento di Kiev si susseguono quasi quotidianamente risse feroci e surreali scambi di accuse – come quello recentissimo tra lo stesso Saakashvili e il potentissimo ministro degli interni Avakov – che non risparmiano alcuno, incluso il primo ministro Arseniy Yatsenyuk, imposto direttamente dall’assistente segretario di Stato americano Victoria Nuland, falco perfino tra i neocon, all’indomani del cambio di regime e come provato dalle intercettazioni diffuse a suo tempo dall’intelligence russa: le stesse in cui la Nuland dimostrava la propria alta considerazione per i vassalli europei che invitavano alla moderazione (“Fuck the Eu”).

Nel frattempo, la società ucraina appare trasversalmente spaccata tra le diverse etnie, polacca, ungherese, romena e russa, che non si sono mai realmente integrate nonostante la coabitazione forzata di epoca sovietica. La povertà, così come la corruzione a tutti i livelli, sono diventate endemiche, le retribuzioni sono drammaticamente calate, la micro-criminalità e la prostituzione spesso rappresentano per i giovani l’unica strada per procurarsi i mezzi di sostentamento.

Se tutto questo non fosse sufficiente per stimolare l’empatia ben manovrata degli Europei, forse una ultima considerazione potrebbe almeno suscitarne i brividi.

A causa del dissesto finanziario, del default sul debito verso la Russia – fornitore della quasi totalità del gas naturale – e della perdita dell’accesso ai principali giacimenti di carbone del Donbass, l’Ucraina si trova ad affrontare un severo deficit energetico. In pratica, le scorte sia di gas che di carbone sono al minimo, e solo grazie a un inverno finora particolarmente clemente che ha contenuto i consumi la popolazione ha evitato di soffrire anche il freddo.

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Mappa delle centrali e reattori nucleari in Ucraina

Occorre sapere che la metà dell’elettricità nel paese è generata per via nucleare, attraverso quattro grandi impianti per un totale di 15 reattori. Ciascun reattore necessita di essere continuamente raffreddato per evitarne la fusione, e questo può essere garantito solo dalla continuità del servizio elettrico. Si ricorderà infatti che il disastro di Fukushima, in Giappone, fu determinato dalla simultanea occorrenza della interruzione delle linee elettriche e dallo spegnimento dei generatori diesel a causa dello tsunami.

Poiché le opere di spegnimento di un reattore sono lunghissime, non è difficile immaginare cosa accadrebbe se venisse a mancare il combustibile sufficiente – gas e carbone – per assicurare il servizio della rete elettrica. Tanto più che per le stesse ragioni legate alla crisi economica e finanziaria, le operazioni di manutenzione delle centrali nucleari sono state rimandate sine die. Tra l’altro, il recente sabotaggio a danno delle linee elettriche verso la Crimea (poi rifornita direttamente dalla Russia con una linea approntata in fretta e furia) ha già messo a rischio i reattori situati nella parte meridionale del paese.

Pazienza, comunque, perché all’alleato americano anche il rischio di una Chernobyl-2 a poche centinaia di chilometri dal sito del disastro del 1986 non deve fare più di tanta impressione: in fondo, il caos alle porte del Cremlino val bene qualche radionuclide in più sulla testa degli Europei.

Francesco Meneguzzo

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Commenti

commenti

4 Commenti

  1. I primati nazionali. Del dominio eukaryota, regno animalia. Questo è il nome giusto per la spazzatura che scrivete. Si alla libertà di stampa, non alla propaganda e spazzatura. Povera Italia

  2. Carissima “Scioccata”, mi dispiace ma se critica deve ARGOMENTARE le critiche: quali sarebbero le “cretinate”? perchè lo sono? quali le fonti? I fatti dell’articolo, eccetto il discorso sui reattori nucleari che è solo un dubbio abbastanza legittimo, sono tutti verificabili. Non si capisce perchè qualcuno dovrebbe essere pagato dal Cremlino solo perchè scrive qualcosa che a lei non va bene. Questo si chiama, in ambito retorico, “inquinamento della fonte”. Ma non è onesto.

  3. Piena solidarietà alle accuse mosse al giornalista ed alla testata in questione .
    Per altro sulla articolo c è poco da discutere tranne per chi non vuol capire o fa finta nel non capire volutamente. Colgo la occasione per fare gli auguri a redazione tutta

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