Roma, 7 ott – I tesori archeologici, a volte, possono essere messi a dura prova dalle intemperie o dalle incuranze moderne che l’uomo contemporaneo nutre (o non nutre) nei confronti delle opere dei suoi stessi padri. Oggi andiamo nella famosissima Isola di Pasqua, per un grave incendio che sta mettendo in serio pericolo le gigantesche teste di pietra che da secoli proteggono il noto lembo di terra dell’Oceano Pacifico. Già in passato queste statue gigantesche, scolpite dalla popolazione polinesiana indigena Rapa Nui, in gran parte tra il 1250 e il 1500, sono state oggetto delle disavventure più varie; dai furti delle stesse ad opera dei primi esploratori, fino agli scontri con camioncini guidati da autisti cileni finiti fuori strada. Oggi, secondo le autorità, un incendio boschivo che ha colpito parte dell’Isola di Pasqua ha carbonizzato alcuni dei suoi leggendari moai di pietra.

Le fiamme divampano sull’Isola di Pasqua

L’incendio ha attraversato il parco nazionale di Rapa Nui, in Polinesia, a 3.500 km al largo della costa occidentale cilena, causando danni “irreparabili” al sito archeologico. “Più di 100 ettari sono stati colpiti nel settore di Rano Raraku, che comprende il settore delle zone umide e dei moai”, ha affermato ieri (giovedì 6 ottobre) il parco nazionale sulla sua pagina Facebook. Già dallo scorso lunedì, l’antica isola del Pacifico sta combattendo una dura lotta contro le inarrestabili fiamme che stanno causando danni gravissimi. Rapa Nui ha più di mille moai, teste giganti di pietra che si ritiene siano state scolpite per la prima volta nel XIII secolo dagli antichi abitanti dell’isola.

Centinaia di moai avvolti dalle fiamme

L’area maggiormente colpita dall’incendio sarebbe stata quella intorno al vulcano Rano Raraku, patrimonio mondiale UNESCO. In quella zona si trovino diverse centinaia di moai, così come nella cava dove viene estratta la pietra utilizzata per scolpire le sculture. “I moai sono completamente carbonizzati e si riesce a vedere l’effetto che il fuoco ha fatto su di loro”, ha dichiarato Ariki Tepano, direttore della comunità Ma’u Henua incaricata della gestione e manutenzione del parco. Il sindaco dell’Isola di Pasqua, Pedro Edmunds Paoa, ha affermato di ritenere che l’incendio “non sia stato un incidente”, affermando che “tutti gli incendi a Rapa Nui sono causati da esseri umani. La rottura di una pietra originale ed emblematica non può essere recuperata, non importa quanti milioni di euro o dollari ci vengono investiti”.

Monumenti difensori dell’isola

L’incendio arriva appena tre mesi dopo la riapertura al turismo dell’isola, il 5 agosto, dopo due anni di chiusura a causa del Covid-19. Prima del discusso virus, l’Isola di Pasqua viveva principalmente di turismo ospitando 160.000 visitatori all’anno, su due voli giornalieri. Dal 1888 fa parte del Cile che ha portato con sè diversi nuovi abitanti e, con l’emergenza pandemica, si è trovata costretta a sottostare alle restrizioni. Si pensa che che gli stupefacenti monumenti moai rappresentino gli antenati viventi del popolo polinesiano dell’isola di Pasqua e un tempo fossero legati all’attività rituale, formando un punto focale per le comunità. I moai sono ricavati e scavati da un unico blocco di tufo vulcanico. Alcuni portano sulla testa un tozzo cilindro, chiamato “pukao” e ricavato da un altro tipo di tufo di colore rossastro. Questo è interpretato come un copricapo oppure come l’acconciatura un tempo diffusa tra i maschi dell’isola. Alti da 2,5 m. fino a 10 metri, anche se ne esiste uno, incompleto, di ben 21 metri, spesso sono visibili solo le teste dei moai, ma al di sotto è quasi sempre presente un corpo interrato. C’è proprio da sperare che questo ennesimo incendio che sta avvolgendo l’isola in una morsa infernale, non privi al mondo intero e alle sue prossime generazioni, questa meraviglia storica tramandataci dalle antiche genti.

Andrea Bonazza

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