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Roma, 21 feb – Il 10 dicembre 2012 l’Unione Europea veniva insignita del premio Nobel per la pace “per aver contribuito a trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace”. José Manuel Barroso, allora presidente della Commissione Ue, intervenne durante la cerimonia citando il filosofo del Seicento Spinoza: “La pace non è assenza di guerra, è una virtù, uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia. L’Unione Europea non si limita però a garantire la pace tra le nazioni. Come comunità di valori, l’Unione Europea traduce una visione di libertà e di giustizia”. Ma siamo davvero sicuri che l’Ue si sia sempre fatta portatrice, come ci dicono, di quei valori tanto nobili?



Tralasciamo in questa sede l’impatto economico e sociale delle sicuramente discutibili politiche europee. L’iniquità, il massacro delle classi medie, l’austerità, il thatcheriano “There Is No Alternative” che ha indebolito il modello sociale continentale e le nostre strutture democratiche. Concentriamoci invece sulla guerra intesa in senso letterale. Cerchiamo di ripercorrere i principali conflitti che hanno visto direttamente coinvolta (o colpevolmente passiva) l’Unione Europea negli ultimi decenni.

Il sostegno alla jihad

Partendo dalla fine degli anni ’70 alcuni Stati europei, su tutti Regno Unito e Germania ovest, seguirono gli Stati Uniti nel fornire sostegno economico e militare ai mujaheddin, i combattenti islamici, in seguito all’invasione sovietica dell’Afghanistan. L’occidente non comprese l’articolato fenomeno in atto, soprattutto il pericolo della jihad, che in una certa fase era parsa addirittura come un’alleata in chiave antisovietica. Tra quei guerriglieri c’era anche un giovane e ricco saudita che sarebbe poi diventato l’uomo più temuto dall’occidente: Osama Bin Laden. E’ proprio nel contesto della guerriglia afghana che Bin Laden nel 1988 fondò al-Qaeda, la più nota organizzazione terroristica del mondo e responsabile, tra gli altri, dell’attentato dell’11 settembre.

Negli anni ’80 Gran Bretagna, Francia e Italia fornirono aiuto militare, comprese armi biologiche e chimiche, all’Iraq di Saddam Hussein impegnato nella guerra contro il vicino Iran. Il conflitto finì col diventare una guerra di logorio in pieno stallo e sconvolse i già precari equilibri della regione. Tanto che all’inizio degli anni ’90 l’Iraq invase anche il piccolo emirato del Kuwait. Questa volta Italia e Francia entrarono a far parte di una coalizione in chiave anti-irachena a guida statunitense. Le truppe cacciarono l’invasore dal Kuwait e lo inseguirono fin dentro ai confini dello stesso Iraq. Tutto senza autorizzazione dell’Onu, lasciando lungo la cosiddetta “Autostrada della Morte” una serie infinita di carcasse.

Jugoslavia: la guerra esplode in casa

Sempre in quel periodo invece la guerra ci scoppiò in casa. La Jugoslavia infatti, pur non facendo parte dell’Ue, faceva eccome parte dell’Europa intesa dal punto di vista geografico e storico. Sappiamo come sono andate le cose laggiù. La Slovenia che per prima si sfilò, in maniera quasi indolore. La Croazia che provò ad imitarla con più di qualche difficoltà. Infine il caos, la fame, la morte, reiterate violazioni dei diritti umani, in una parola, la guerra. Con l’Unione che fece colpevolmente da spettatrice.

Anche il terzo millennio inizia all’insegna della guerra

In seguito agli attentati del 2001, non poche nazioni europee seguirono gli Usa nella sedicente “guerra al terrorismo”. Invadendo l’Afghanistan alla fine di quello stesso anno, con l’obiettivo dichiarato di stanare e uccidere Bin Laden e combattere il regime dei talebani che loro stessi avevano finanziato e armato.

Due anni più tardi, nel 2003, cominciò invece quella che è stata forse la più sciagurata campagna di politica estera dall’invasione del Vietnam. L’amministrazione di Bush Jr decise infatti di invadere l’Iraq con lo scopo principale di destituire Saddam Hussein, accusato di sviluppare armi atomiche di distruzione di massa, di dare appoggio ad organizzazioni terroristiche e di opprimere il popolo iracheno. Oggi sappiamo che dietro a quelle accuse (mai dimostrate dagli ispettori dell’ONU) si celava dell’altro. Il Regno Unito, fedelissimo scudiero di Washington, l’Italia e la Spagna presero parte fin da subito alle operazioni. Le seconde poi si sfilarono, noi non prima di aver subito due gravi attentati nella base di Nassiriya.

Secondo il filosofo americano Noam Chomsky, Saddam Hussein non fece niente di più grave rispetto a quanto fatto da altri leader del Medioriente o dell’Africa, ma il sistema di indottrinamento fece enorme pressione sull’opinione pubblica, presentandocelo come una sorta di nuovo Hitler al fine di legittimare l’invasione dell’Iraq. L’instabile situazione che scaturì dalla sua condanna a morte non poté che favorire l’attività di gruppi armati e terroristici come Al-Qaeda e la nascita dello Stato Islamico di Iraq e Siria, meglio noto come Isis.

Francia contro Italia: la guerra in Libia

Analoga campagna propagandistica colpì nel 2011 anche il leader libico Muhammar Gheddafi, in carica dal 1969. Anch’egli, come Saddam Hussein, si macchiò di una serie di crimini (anche se molti di quelli denunciati non trovarono mai riscontro nella realtà). A differenza di una moltitudine di altri leader che ugualmente adoperavano la violenza, il raìs non era una figura gradita.

Era scomodo soprattutto alla Francia, che non digerì mai completamente gli ottimi rapporti diplomatici e commerciali che intercorrevano tra Libia e Italia. Nel 2011 scoppiarono alcuni tumulti nel più ampio contesto delle primavere arabe. In Libia la maggioranza del popolo non prese parte alle rivolte, ma l’occasione per la Francia era troppo ghiotta. Soprattutto dopo che i ribelli promisero concessioni sul 35% delle risorse energetiche del paese una volta saliti al potere. E così, lasciando inizialmente all’oscuro l’Italia, principale partner europeo della “Giamairia”, la Francia cominciò a progettare una vera e propria invasione militare. Gli Usa, per una volta, erano diffidenti, così come la Nato. L’operazione andò comunque in porto, con la successiva vergognosa collaborazione decisa di comune accordo da Berlusconi e Napolitano.

Dopo che Gheddafi fu ucciso, la Nato, di fatto, abbandonò il Paese a sé stesso. Seguirono un’escalation di violenze e ripetute violazioni dei diritti umani, instabilità ed una gravissima crisi migratoria a partire soprattutto dal 2014, con decine di migliaia di profughi che tentano ogni anno, talvolta senza fortuna, di attraversare il Mediterraneo. La pessima gestione dei flussi migratori ha lasciato terreno fertile a reti criminali, milizie armate, trafficanti, tanto che nel 2015 soltanto 6 su 20 dei centri di gestione dei migranti in Libia erano sotto il controllo e l’autorità statali.

Una parte dei profughi arriva dalla Siria dove nel 2011, nel pieno delle primavere arabe, scoppiò una rivolta contro il governo di al-Assad che le “pacifiche” Francia e Gran Bretagna andarono a fomentare, fornendo appoggio politico, economico e militare ai ribelli.

L’ipocrisia: l’Unione Europea secondo esportatore di armi al mondo

Il sostegno militare e la vendita di armi in Medioriente – e non solo – continuano. L’Unione Europea vende oggi il 27% delle armi nel mondo, seconda soltanto agli Usa.

Una fetta sostanziosa è diretta all’Arabia Saudita, diventata il primo importatore mondiale per via della guerra in Yemen. Anche grazie alle nostre armi, in Yemen dal 2015 ci sono stati 233mila tra morti e feriti e 24 milioni di persone dipendono dall’assistenza umanitaria per la loro sopravvivenza. La Gran Bretagna espresse (ipocritamente) preoccupazione per la guerra civile in Yemen, prima di aumentare l’export di armi (missili e blindati) verso Riad, contribuendo per il 13% alle importazioni militari del paese. Un altro 4-5% arriva invece dalla Francia. Nel 2019 la Germania si mosse bloccando la vendita di armi ai Saud per via del brutale omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. In assenza di un’azione unitaria, però, l’unico risultato fu un calo delle vendite e la perdita di più di 2300 posti di lavoro.

Il primo acquirente di armi made in Italy è invece l’Egitto del generale al-Sisi, che si rifornisce anche da francesi e tedeschi. Vicenda che si interseca con l’assassinio di Giulio Regeni. Secondo alcune fonti, si trattò di un episodio architettato ad arte dagli inglesi per incrinare i rapporti tra Roma ed Il Cairo (minacciosamente buoni dopo la scoperta fatta un anno prima dall’Eni del giacimento di Zohr, il più grande deposito di gas naturale del Mediterraneo). È infatti fuori dubbio che alcune nazioni (su tutte Francia e Regno Unito) siano andare a riempire il vuoto lasciato dall’Italia per via della crisi diplomatica. Basti pensare che meno di tre mesi dopo il ritrovamento del cadavere di Regeni, il presidente francese Hollande si recò in Egitto. Tornando a casa con decine di accordi in tema di energia, trasporti e turismo.

Ma quale “Unione” europea…

L’Unione Europea, apparentemente coesa, ma in realtà da sempre lacerata al suo interno, non è mai stata in grado di assumere delle decisioni unitarie in politica estera che coinvolgessero la totalità o quasi totalità dei suoi stati membri. Cosicché, come in campo economico anche in quello bellico, la partecipazione ad una guerra o a qualsiasi altra operazione militare è sempre stata la manifestazione della volontà politica dei singoli Stati. Con interessi spesso in contrasto fra loro.

Filippo Ganeo

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2 Commenti

  1. Condivido l’articolo tranne il passaggio riguardante la responsabilità di Al-Qaeda e Bin Laden per i fatti dell’11 Settembre. Non crederete alla “versione ufficiale” spero!! Quella dei 19 terroristi armati di taglierini. Quella dell’aereo sul Pentagono di cui non vi sono tracce. Quella dell’aereo caduto in un campo in Pennsylvania dove non c’è nemmeno un rottame! E pure i due aerei schiantatisi contro le Torri Gemelle che non erano aerei passeggeri in quanto privi di finestrini e senza livrea delle rispettive compagnie!
    Comunque si è sempre liberi di credere a Cappuccetto Rosso e Biancaneve.

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