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New York, 20 ott – L‘amministrazione Trump ha citato in giudizio Google in quello che è il più grande caso antitrust contro un’azienda tecnologica da più di venti anni: l’altro storico procedimentoè quello che nel 1990 vide contrapporsi il governo Usa a Microsoft.

Google, nel mirino gli “accordi di esclusione”

Il governo Usa sostiene infatti che Google utilizzi miliardi di dollari raccolti dalla pubblicità sulla sua piattaforma per pagare produttori di smartphone, operatori e browser, come Safari di Apple, per mantenere Google il motore di ricerca predefinito, diventando di fatto un guardiano di internet e un monopolio. Undici stati Usa – Arkansas, Florida, Georgia, Indiana, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, Montana, Carolina del Sud e Texas – si sono uniti alla causa. La denuncia riguarda una serie di azioni interconnesse da parte di Google che, nel complesso, avrebbero danneggiato la concorrenza e impedito ai rivali di ottenere un pubblico significativo. Afferma in parte che Google ha conquistato circa l’80% del mercato della ricerca stipulando “accordi di esclusione” con produttori di dispositivi e sviluppatori di browser e impegnandosi in altre pratiche anticoncorrenziali.

Google: “Scelgono noi perché lo vogliono fare”

“Niente è fuori discussione”, ha detto il vice procuratore generale Jeffrey Rosen, il quale ha avvertito che se il Dipartimento di Giustizia non avesse intentato una causa ora, “avremmo potuto perderci la prossima ondata di innovazione” e che se qualcosa non viene fatto subito “gli americani potrebbero non vedere mai il prossimo Google”. “La causa odierna del Dipartimento di giustizia è profondamente viziata”, ha scritto in un post sul suo blog Kent Walker, SVP Global Affairs e Chief Legal Officer di Google. “Le persone usano Google perché scelgono di farlo, non perché sono costrette a farlo o perché non riescono a trovare alternative”. Google ha affermato che la sua pratica di pagare per essere il motore di ricerca predefinito su smartphone come Apple non è “diversa” dalle mosse di altre aziende per promuovere i loro prodotti, “proprio come un marchio di cereali potrebbe pagare un supermercato per immagazzinare i suoi prodotti alla fine di un riga o su uno scaffale all’altezza degli occhi”.

L’indagine su Amazon, Apple e Facebook

La storica denuncia federale segue un’indagine antitrust durata un anno da parte degli investigatori del Dipartimento di Giustizia. E arriva sulla scia di un importante rapporto del Congresso che ha scoperto che Google e altri giganti della tecnologia godono del “potere di monopolio” e hanno esercitato il loro dominio in modi anticoncorrenziali. Lo stesso rapporto afferma che Amazon ha maltrattato venditori di terze parti, che le tariffe e le politiche degli app store di Apple sono anticoncorrenziali e che Facebook ha cercato di eliminare i futuri rivali attraverso acquisizioni mirate.

Ilaria Paoletti

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