Caracas, 29 giu – Bolivar sui banchi di scuola. Andare a scuola in Venezuela era un lusso per pochi, il diritto all’educazione un concetto inafferrabile che faceva pensare ad un magico mondo lontano, dove tutti i bambini erano ricchi perché nascevano ricchi e nessuno era povero “perché la povertà è qua, perché i pezzenti del mondo siamo noi”. Andare a scuola in Venezuela non era cosa per tutti. Eppure El Libertador Bolivar, il padre dei padri così venerato nei testi scolastici, sosteneva che solo un popolo istruito poteva riscattare secoli di oppressione. Ma l’oppressione, insegna Foucault, è anche un potente mezzo di controllo sociale. Fin tanto che il controllo sociale non diventa ossessione per il controllore e arma per l’oppresso in un labirintico, inestricabile Panopticon. Perché ogni spada di Damocle ne ha un’altra identica sopra la propria impugnatura. Chiunque abbia visitato l’America Latina sa che la criminalità nasce dalla frustrazione prima che dalla fame, dalla voglia di fuggire l’umiliazione prima che dal desiderio di essere come le star della televisione. Ma dall’ignoranza prima di tutto. Chavez lo aveva capito, e aveva capito che per avere il popolo dalla propria parte non avrebbe dovuto esasperare il controllo sociale, come fatto dai poco lungimiranti predecessori, ma mettere il popolo, e in primis i meno abbienti, al centro dello sviluppo sociale. Il primo passo verso questo obiettivo era assicurare il diritto all’educazione dei bambini. In una nazione dove l’analfabetismo era pressoché totale, nacquero così le prime “scuole bolivariane” dove i più piccoli anche nelle zone amazzoniche ricevevano la colazione, il pranzo, la merenda, cure mediche. Dove l’attività sportiva era obbligatoria. Un primo grande passo che costrinse poi la Banca Mondiale ad accordare più di trenta milioni di dollari a questo progetto di educazione integrale che permise in tre anni al governo venezuelano di costruire 900 nuove scuole e ristrutturarne 3100, per tutti quei pezzenti che sognavano il mondo ricco e che finalmente potevano dire al nostro mondo che da loro la scuola è gratuita, perché così voleva Bolivar. In meno di dieci anni l’analfabetismo in Venezuela era scomparso.

Le contraddizioni di una rivoluzione. Se gli apologeti di Chavez tendono ad esaltarne le gesta per motivazioni legittime e condivisibili, ma spesso superficiali (apprezzamento ideologico aprioristico, identificazione con l’adagio “il nemico del mio nemico è mio amico”, slogan ed estetiche accattivanti), i detrattori ignorano spirito e portata del chavismo riducendolo ad un rigurgito “post sovietico” dovuto all’arretratezza economica dell’America Latina. Per una certa sinistra, quella più radical e meno chic, Chavez è diventato l’ultimo baluardo di un’ideologia che in Europa non si riesce più a pensare possibile, per un’altra parte della sinistra, quella meno vetero e più chic, non è altro che un nuovo Duce. Per una certa destra italiana, quella meno liberal-liberista, Chavez è una sorta di Duce, per il resto della destra è solo un dittatore. Al di là delle delle forzature e delle semplificazioni, va però considerato un fattore spiazzante e per certi versi unico a livello globale: gli analisti internazionali, anche i più critici nei confronti del governo venezuelano, hanno ammesso candidamente i progressi ottenuti dalle riforme di Chavez. Dal 1999 al 2012, secondo i dati pubblicati da The Guardian il 6 marzo 2013 e forniti da Onu, Banca Mondiale, Eia e Fondo Monetario Internazionale, il Pil pro capite in Venezuela era passato da 4100 a 10800 dollari; l’alfabetismo aveva superato il 90% grazie anche al piano di alfabetizzazione Misión Robinson che aveva permesso a 1,5 milioni di venezuelani adulti di imparare a leggere e scrivere; l’aumento delle esportazioni del petrolio una volta nazionalizzate 60 compagnie petrolifere era cresciuto di circa il 40%. In controtendenza con questi dati l’inflazione era cresciuta dal 23% al 31%, ma la storia economica ci insegna che l’inflazione aumenta sempre quando aumenta la produzione industriale che in Venezuela è cresciuta esponenzialmente con la nazionalizzazione di centinaia di imprese venezuelane, in particolare del settore alimentare, altrimenti destinate al fallimento. Una rivoluzione, quella chavista, segnata però anche da impietosi fallimenti. Sul piano economico se la povertà relativa era diminuita, le code davanti ai supermercati per il pane, i medicinali introvabili, il progressivo aumento della criminalità con il narcotraffico gestito direttamente da apparati dello Stato segnavano un’indelebile contraddizione che ha finito per macchiare tutti gli esperimenti post marxisti latinoamericani. Se da una parte si ottengono buoni risultati, dall’altra si creano voragini ingestibili. E’ la sindrome del soviet, che non riesce mai a ripensare la libertà individuale limitandosi a sopprimerla.


Il fallimento di Maduro. All’inzio del 2017 l’80% della popolazione venezuelana viveva al di sotto della soglia di povertà, il caos era già strisciante nelle principali città. Il 75% dei venezuelani ha perso peso (una media 8,7 chili a persona) per la scarsità di cibo e per malnutrizione. Secondo fonti del governo di Caracas, quindi non tacciabili di complotti esteri, nel 2016 la mortalità infantile è cresciuta del 30%, quella delle madri  del 65%. I casi di malaria sono aumentati addirittura del 76%. La nazione con le maggiori riserve petrolifere al mondo è precipitata nella povertà assoluta. Un tragico fallimento che con tutta la buona volontà nessuno può davvero imputare ad attacchi economici esterni, al nemico giurato statunitense, al Fondo Monetario Internazionale, a chiunque possa o voglia complottare contro il Venezuela. Certo, i soliti “agenti esterni” non hanno mai smesso di intromettersi nella politica sudamericana, ma le sgargianti tute popolari di Maduro hanno finito per essere semplicemente una triste messinscena. Strizzare l’occhio alle fasce più deboli serve a poco quando si inizia a sparare sui cittadini che manifestano, qualunque cosa chiedano, qualunque cosa rivendichino e da chiunque, ipoteticamente, possano essere fomentati. Se la tua nazione sta crollando in un baratro senza fondo non c’è dito puntato che tenga, se non quello da rivolgere contro te stesso. Il potere si sa, può finire per logorare anche chi non ce l’ha, il dramma avviene però quando chi lo detiene lo innaffia con un’arroganza cieca. Allora non restano che gli slogan, per la muerte della patria.

Eugenio Palazzini

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  1. il fallimento di Maduro è evidente, anche se accelerato dal boicottaggio americano. Qundi se si facesse da parte probabilmente sarebbe un bene, purché in maniera ordinata e non in obbedienza a diktat o ultimatum. Detto questo un elementare rispetto del principio di non ingerenza e di sovranità nazionale ci impone di non intrometterci nelle dinamiche costituzionali di non Stato sovrano il cui presidente legittimo risulta essere Maduro. Come uscire da questa situazione spetta ai venezuelani che ci si sono infilati da soli accordando in passato, forse in omaggio al ben più popolare Chavez, il loro voto maggioritario a Maduro. le potenze estere, se imparziali come Messico Uruguay e santa Sede, potrebbero svolgere un ruolo di mediatori certo appare irragionevole tanto l’ultimatum a Maurizio quanto il rifiuto di Guaido di nuove elezioni parlamentari. il che lascia supporre una grande insicurezza sul reale peso elettorale delle opposizioni

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