Roma, 20 apr – Nel febbraio del 2019, l’Uruguay ha iniziato a installare la prima di 2.100 telecamere di sorveglianza, donate dalla Repubblica Popolare Cinese per migliorare il controllo dei suoi confini con la vicina Argentina e e con il Brasile. Questa iniziativa si inserisce nel contesto un partenariato strategico iniziato nell’ottobre 2016 e ufficializzato con la firma di un memorandum d’intesa nell’agosto del 2018.

L’intesa Uruguay-Cina

L’intesa pone in luce una dimensione poco discussa ma importante della proiezione di potenza della Cina e cioè la sua esportazione di tecnologie di sorveglianza e controllo. Infatti l’installazione di sistemi di sorveglianza cinesi, acquisita attraverso donazioni governative della RPC o tramite contratti commerciali è un fenomeno in crescita in America Latina. Tali sistemi hanno cominciato ad apparire nella regione più di un decennio fa, e cioè nel 2007, quando l’allora sindaco di Città del Messico (ora ministro degli Esteri messicano) Miguel Ebrard è tornato da un viaggio a Pechino con un accordo per installare migliaia di telecamere cinesi per combattere il crimine nella capitale messicana. Esempi più recenti includono dispositivi denominati ECU-911 esportati in Ecuador, sistemi che hanno come finalità quella di realizzare un sistema nazionale di sorveglianza e comunicazione che viene naturalmente costruito in Cina. Questo sistema di sorveglianza include attualmente 4.300 telecamere e un centro di comando presidiato da migliaia di ecuadoriani, ed è stato costruito quasi completamente da apparecchiature cinesi.

Nel Nord dell’Argentina i cinesi estraggono il litio

Anche la Bolivia ha un simile sistema costruito in Cina, anche se di portata più limitata, chiamato BOL-110 caratterizzato da un centinaio di telecamere di sorveglianza donate dalla RPC presenti in quattro delle principali città della Bolivia. A Panama, nel 2017 il governo di Juan Carlos Varela ha acconsentito a Huawei di installare un sistema di telecamere nella città di Colon e nella zona di libero scambio associata. Non a caso, nel luglio 2019, Hikivision, il maggiore produttore cinese di telecamere di sorveglianza, ha annunciato l’intenzione di creare un importante centro di distribuzione a Colon per supportare le vendite dei suoi prodotti in tutte le Americhe. Nel nord dell’Argentina, in prossimità di una zona in cui i cinesi stanno estraendo il litio la società cinese ZTE sta installando un altro sistema di risposta alle emergenze con 1.200 telecamere. In Venezuela, sebbene non si tratti in senso stretto di un sistema di sorveglianza, la compagnia cinese ZTE ha aiutato il regime di Maduro a implementare una “carta di identità della patria” che collega diversi tipi di dati alle persone attraverso questa carta di identità elettronica che consente allo stato di attuare un ampio controllo sociale. Questa politica economica non deve sorprendere poiché la Cina intende promuovere e sostenere l’esportazione globale dei sistemi riconosciuti come strategici per la nazione cinese.

I pericoli dei sistemi di sorveglianza

Come per tutti i sistemi di sorveglianza anche per quelli cinesi i rischi sono molteplici e significativi, tra cui: (1) la sensibilità dei dati raccolti su persone e attività specifiche, in particolare se elaborati attraverso tecnologie come il riconoscimento facciale, integrati con altri dati e analizzati attraverso l’intelligenza artificiale (AI) , (2) la possibilità di ottenere surrettiziamente l’accesso a tali dati, non solo attraverso i dispositivi di raccolta, ma in qualsiasi punto e infine (3) la possibilità che a lungo termine tali sistemi possano contribuire a ridimensionare l’influenza americana sia dal punto di vista politico che economico. Infatti, le tecnologie di riconoscimento facciale e la possibilità di integrare i dati di diversi sensori incrociandoli con altre fonti come gli smartphone, consentono – a coloro che hanno accesso a questa tecnologia – di seguire il movimento di persone e di flussi commerciali.

Giuseppe Gagliano

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