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Roma, 25 ago – Il “luogo dove viviamo”, così lo chiamavano i nativi americani e questo significa il termine anglicizzato dal francese. Wisconsin, semplicemente un placido luogo nel territorio dei Grandi Laghi, dove vivere non è mai stato tanto difficile come oggi. Ora in questo ameno Stato americano c’è una città che brucia: Kenosha, capoluogo dell’omonima contea. Dopo che la polizia ha sparato alla schiena all’afroamericano Jacob Blake e il video che immortala la scena è divenuto virale, è andata in scena la seconda notte di scontri e devastazioni. Centinaia di manifestanti scesi in strada per protestare contro le forze dell’ordine, inizialmente in modo pacifico. Poi però, dopo il coprifuoco imposto alle 20 ora locale, si è scatenato l’inferno.

Una città devastata

Nulla di nuovo dunque, soltanto l’ennesima mini guerra civile scoppiata negli ultimi mesi. Tutto ebbe iniziò con la morte di George Floyd, anche se negli Stati Uniti a ben vedere la “pax sociale” non è mai stata di casa. Solito copione e analoga retorica, da una parte e dell’altra degli schieramenti. Ma quello che ora salta agli occhi, inevitabilmente, è l’ennesima città messa a ferro e fuoco dai Black lives matter. Lancio di petardi, vetrine dei negozi distrutte, decine di auto date alle fiamme, fuochi appiccati in diverse zone di Kenosha, adesso blindata e pattugliata dalla guardia nazionale.

Lo slogan gridato dai manifestanti la dice lunga sul clima che si respira: “No justice, no peace” (Niente giustizia, niente pace). E a fare le spese di questa guerriglia scatenata ufficialmente per chiedere “giustizia”, non sono i veri o presunti prevaricatori, sono soltanto i cittadini. Molti di loro da ieri sera presidiano armati negozi e centri commerciali. E come al solito l’effetto domino è dietro l’angolo, anzi ha già fatto capolino in altre città americane. Analoghe manifestazioni violente si sono così verificate anche a Portland, in Oregon, e non è peregrino ipotizzare che la rabbiosa scia Blm venga seguita anche altrove.

Eugenio Palazzini

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