Pretoria, 25 mar – Zonderwater, letteralmente “senza acqua”. Per i sudafricani di madre lingua afrikaans indica un luogo a pochi chilometri a est della capitale Pretoria che ancora oggi ospita un carcere. Per gli italiani un motivo di orgoglio e un lembo di patria al quale guardare, nonostante le migliaia di chilometri che lo separano dalla penisola. Qui infatti sorgeva il più grande campo di prigionia costruito dagli alleati nella Seconda guerra mondiale, dove furono ospitati tra l’aprile del 1941 e il gennaio del 1947 circa 109 mila soldati italiani. Pow (prisoners of war) catturati dagli inglesi in Africa settentrionale e orientale.

Il cimitero militare

Oggi il luogo ospita un cimitero militare con 277 caduti e un museo dove sono conservati i cimeli e la memoria delle migliaia di prigionieri italiani. Il tutto tenuto in uno stato di grande pulizia e rispetto, grazie ad Onorcaduti ma soprattutto all’impegno infaticabile dell’associazione Zonderwater Block ex Pow, che dal 1965 gestisce il sito. “Io non ho avuto nessuno qui in Sudafrica, ma mi sento in dovere per l’Italia di tenere viva questa memoria”, spiega ai microfoni del Primato Nazionale Emilio Coccia, ingegnere italiano residente in Sudafrica, che ormai da quasi vent’anni presiede l’associazione Zonderwater.

Paolo Ricci, l’ultimo superstite

Anche grazie al suo impegno la memoria dei prigionieri e dei caduti in Sudafrica ha ricevuto sempre maggiori riconoscimenti istituzionali, come quello del governo sudafricano del 1986, quando venne concesso ufficialmente l’utilizzo perpetuo del sito, o l’autorizzazione a costruire un museo per la conservazione degli oggetti e dei documenti che raccontano la vita quotidiana nel campo. “Io sono stato il primo a portare i fiori in questo cimitero nel 1947″, ci racconta Paolo Ricci, ultimo ex prigioniero ancora in vita del campo di Zonderwater. Il vice direttore del Primato Nazionale Davide Di Stefano insieme all'ultimo pw ancora in vita di Zonderwater Paolo Ricci

A quasi 99 anni ancora una tempra formidabile, ricorda le vessazioni subite dai prigionieri italiani che rifiutavano di collaborare con il nemico (tra cui migliaia di fascisti), ma anche la capacità di adattamento dei nostri connazionali, in grado di realizzare attività artistiche, culturali e sportive all’interno del campo, magnificamente ricordate dai cimeli presenti nel museo. Molti di loro, tra cui lo stesso Ricci, finita la guerra decisero di rimanere in Sudafrica, fornendo un contributo fondamentale alla costruzione di una nazione che fino a poco tempo fa per sviluppo e infrastrutture non aveva eguali in tutto il continente africano.

Davide Di Stefano

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