La tecnologia sta facendo passi da gigante, non c’è che dire. Il mondo della comunicazione ha subito un progresso particolarmente massivo negli ultimi decenni, arrivando a picchi d’innovazione stratosferici. Uno studio dell’Università d’Edimburgo, però, potrebbe cambiare per sempre il modo di concepire le distanze e, soprattutto, gettare luce sull’ignoto, sanando uno dei più grandi interrogativi nella storia dell’umanità e non solo, quello relativo all’esistenza degli alieni. Sembrerebbe, infatti, che gli scienziati abbiano scoperto un modo per potersi mettere in contatto con le entità extraterrestri, sfruttando la comunicazione quantistica.

Stando alle ricerche e ai calcoli effettuati dall’Università di Edimburgo nell’ambito della fisica, gli alieni potrebbero utilizzare i segnali quantistici come metodo di comunicazione interstellare. Alla luce di questi presupposti, dunque, a fronte di un aggiornamento della tecnologia terrestre, si potrebbero riscontrare eventuali segnali nella direzione del nostro pianeta provenienti da “altri mondi”.

Una scoperta dal potenziale straordinario che potrebbe portare a cambiamenti storici epocali. Ciò nonostante, creare un collegamento quantistico qui sulla Terra non è affatto un’impresa facile. I collegamenti in questione, del resto, si basano sulla creazione di intrecci tra i singoli nodi quantistici, nel cosiddetto fenomeno di entanglement quantistico, e sul teletrasporto di stati quantistici tra essi. Questi ultimi sono particolarmente fragili ed instabili, rendendo i collegamenti poco efficaci. Parlando di collegamenti interstellari, quindi, ci riferiamo a passi avanti nel mondo della comunicazione giganteschi. In ogni caso, i ricercatori si sono chiesti se le informazioni in questione potrebbero sopravvivere all’ambiente spaziale ostile durante il viaggio verso il ricevitore interstellare.

L’indagine nel dettaglio

I ricercatori di Edimburgo hanno proceduto nella loro indagine calcolando il probabile impatto di varie perturbazioni che un segnale quantistico potrebbe incontrare. Tra i vari disturbi presi in esame c’è stata la gravità, che potrebbe causare la decoerenza degli stati quantistici e, di conseguenza, la perdita di precisione dei segnali. In ogni caso, stando ai calcoli, un fotone potrebbe viaggiare per 127 anni luce prima che tale decoerenza entri in gioco. Ciò vuol dire che un numero considerevole di stelle con esopianeti può essere ricoperto dai segnali quantistici.

Stando agli studi, la decoerenza persisterebbe nel percorso su distanze spaziali particolarmente lunghe, a causa della densità media del cosmo, siccome essa è molto più elevata sulla Terra. Teoricamente, dunque, i segnali potrebbero essere diffusi nello spazio percorrendo anche grosse distanze. Inoltre, gli studi hanno tenuto in considerazione i motivi per i quali un’eventuale popolazione aliena potrebbe scegliere la comunicazione quantistica rispetto ai segnali classici.

I vantaggi sarebbero diversi. Innanzitutto, la natura quantistica del segnale ne indicherebbe la provenienza da una fonte intelligente e non da un processo naturale. Poi, la comunicazione quantistica permette di racchiudere molte informazioni in un messaggio, specie quando si utilizzano stati di entanglement di dimensioni superiori.

Verificare l’esistenza degli alieni con la comunicazione quantistica, il riscontro della ricerca

Gli altri ricercatori provenienti da atenei ed osservatori hanno definito l’indagine di Edimburgo come qualcosa di rivoluzionario ed eccellente. L’idea sarebbe, inoltre, stata definita plausibile da altri studiosi come Michael Hippke, esperto di comunicazioni interstellari affiliato all’Osservatorio tedesco di Sonneberg. Secondo lui, infatti, le proposte andrebbero verificate dal punto di vista più applicativo.

L’identifiazione della regione dei raggi X dello spettro elettromagnetico come potenziale vettore si rivela, ai fini pratici, estremamente importante, nonostante faccia notare che qualsiasi tentativo di rilevare un segnale del genere andrebbe effettuato nello spazio, siccome l’atmosfera terrestre assorbe la maggior parte dei raggi X. Intanto, l’Università di Edimburgo non si ferma, ponendosi come obiettivo di stabilire se anche le sorgenti astrofisiche naturali siano o meno in grado di produrre stati quantistici di fotoni coerenti.

Fonte: Screenworld.it

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