Roma, 15 apr – L’assistenzialismo deprime e deresponsabilizza. Se avviene in territori afflitti da un certo tasso di povertà, si trasforma in catastrofe sociale. C’è qualcosa che connette la proposta grillina del reddito di cittadinanza, loro cavallo di battaglia, e il cartellone pubblicitario issato dagli irresponsabili governanti nostrani e rivolto verso l’Africa per invogliare i suoi cittadini a sbarcare da noi.

Di fondo, in entrambi i casi, v’è un proclametto da leggere tra le righe: otterrete senza faticare e senza merito alcuno, se non quello di dichiararsi bisognosi. Nessun buon padre di famiglia utilizzerebbe questo sistema educativo coi propri figli, sono difatti tipiche le ramanzine impartite dai genitori del genere “ai miei facevo, lavoravo, sudavo per guadagnarmi ciò che desideravo”.

Potremmo dire, senza sentirci fischiare le orecchie, che ciò che maggiormente ci si conquista faticando è la libertà, l’affrancamento dalla potestà di qualcun altro. Quel cordone ombelicale che né il Movimento 5 stelle né la sinistra che ci ha governati conoscono. Da un lato abbiamo una proposta suicida come il reddito di cittadinanza che consiste nel regalare una certa somma mensile a chiunque non abbia un lavoro, pattuendo con quest’ultimo che debba accettare almeno una delle tre proposte di lavoro che lo Stato si premunirà di presentargli. Evidenziamo un paio di aspetti di questa inquietante storiella: ad un disoccupato lo Stato propone di stare sul divano percependo una paghetta mensile in attesa che qualcuno gli trovi un lavoro; questo terzo soggetto (lo Stato, ripetiamo) gli proporrà tre posti di lavoro obbligandolo ad accettarne uno, con tanti saluti a quella realizzazione personale che ognuno di noi ricerca e individua organizzando autonomamente la propria esistenza, probabilmente anche decidendo di non lavorare e non per questo pretendendo un mantenimento quasi paterno.

Nel caso di specie, la follia è talmente folle che il voto a pentastellati e alla loro proposta del reddito di cittadinanza arriva da tutta una serie di territori del Belpaese noti per la pochissima produttività e la notevole disoccupazione, preferendo questa ricetta all’abbassamento di tasse proposto dai rivali di centrodestra. Ad un affamato voi dareste un pesce od una canna da pesca? Ed è normale che intere sacche di territorio non abbiano minimamente sentore di questa deriva pericolosa, incaponendosi a scartare le misure che renderebbero quelle zone un terreno fertile per aziende nuove e vecchie?

Vorremmo, anzi vorrebbero, integrare centinaia di migliaia di africani e di islamici permettendogli di varcare i nostri confini aldilà di qualsiasi regola e garantendogli, una volta insediatisi in Italia, dai 35 ai 45 euro giornalieri investiti per il loro mantenimento. In questo caso alla follia diseducativa si aggiunge un paradosso: lo Stato, che notoriamente piange miseria, si rende teoricamente disponibile a mantenere un numero imprecisato di clandestini per un numero imprecisato di anni, senza aver peraltro da proporgli alcun impegno lavorativo.

Quando nella prima parte del XX secolo gli europei emigravano negli Stati Uniti, dopo aver subito tutta una serie di controlli meticolosi nel porto, venivano messi di fronte ad una condizione: potrete rimanere se renderete fertile e produttivo il terreno che questo governo vi regalerà, e al contrario sarete espulsi se dopo alcuni mesi verrà provata la vostra indolenza. Sorvolando sulla differenza di capacità d’offerta che ci distingue dagli Stati Uniti di allora, l’esempio è calzante per comprendere quanto l’impegno personale sia fondamentale per la concreta realizzazione personale che passa, inevitabilmente, per quella professionale.

Al contrario, noi, anzi loro, all’immigrato irregolare hanno proposto di attaccarsi come una sanguisuga al corpo dell’autoctono che rimpingua le casse dello Stato pagando tasse da strozzinaggio, pensando anche di concedergli la massima onorificenza possibile per chi da un paese straniero si lascia assorbire: la cittadinanza.

Sembra assurdo ma in realtà è tutto vero: l’uomo nuovo, apolide, predatore di cittadinanze facili e sfaccendato, dovrà governare questo mondo. Le differenze che caratterizzando il mondo, rendendolo talvolta interessante, verranno appiattite su un livello infimo grazie al meticciato sanguigno e culturale, ma anche dall’annullamento delle singole istanze di tutte le persone che, normalmente, dovrebbero essere messe in condizione di dare i meglio di sé, mentre al contrario verranno indotte ad accontentarsi di poche centinaia di euro mensili attendendo la prossima proposta di lavoro fattagli recapitare dallo Stato. Finiremo, insomma, per essere degli stupidi, senza cervello e senza patria.

Lorenzo Zuppini

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