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Roma, 13 giu – Giuseppe Conte si è assunto tutto la responsabilità di non aver dichiarato la zona rossa a Nembro e Alzano Lombardo ai primi di marzo. Lo ha spiegato ieri pomeriggio ai pm della Procura di Bergamo, giunti apposta a Roma per sentire il presidente del Consiglio come persona informata dei fatti. L’incontro con Conte, che si è svolto a Palazzo Chigi, è durato quasi quattro ore e verteva sulle indagini della procura bergamasca su una possibile epidemia colposa. Il procuratore aggiunto, Maria Cristina Rota, ha sentito nella stessa giornata anche i ministri dell’Interno (Lamorgese) e della Salute (Speranza).

Conte: «Rifarei tutto»

Conte aveva spiegato già prima dell’incontro che «rifarei tutto come prima, non istituirei la zona rossa». Un’assunzione di responsabilità piena, quindi, quella del premier. Che ha preso una decisione – non dichiarare la zona rossa in Val Seriana, ma istituire una zona arancione in tutta la Lombardia – in completa autonomia e contrariamente al parere dell’Istituto superiore di sanità, che il 3 marzo aveva chiesto di chiudere i due comuni in cui era esploso un focolaio gravissimo di Covid-19.

Una decisione politica

Conte ha giustificato la sua scelta di fronte ai pm spiegando che la situazione di Nembro e Alzano si sarebbe presentata diversa rispetto a quella di Codogno, dove invece era stata dichiarata la zona rossa. «Isolare Alzano e Nembro dai paesi circostanti – questa la giustificazione – sarebbe stato particolarmente difficile, quasi impossibile. In quell’area tra paese e paese non c’è soluzione di continuità». È per questo motivo che il premier avrebbe deciso di ritirare i militari inviati nell’area e pronti a far rispettare le limitazioni che, però, poi non sono state applicate. In sostanza, la decisione è stata politica, e ora spetta ai pm della Procura di Bergamo stabilire se l’accusa di epidemia colposa sia effettivamente fondata. Conte si è tuttavia detto tranquillo e di non temere un avviso di garanzia.

Gabriele Costa

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