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Roma, 13 giu – Otto lavoratori su dieci sono impiegati con un contratto collettivo ormai scaduto. Alcuni da anni. In termini assoluti parliamo di 12,6 milioni di dipendenti in attesa di un rinnovo che rischia di slittare ulteriormente a causa degli effetti economici della pandemia. A lanciare l’allarme è l’ufficio studi della Cgia di Mestre.

Contratto scaduto…

“Secondo il Cnel – spiegano gli artigiani mestrini – i contratti collettivi nazionali di lavoro vigenti nel nostro Paese erano, al 31 dicembre 2019, 922. Di questi, 126 sono in scadenza quest’anno. Dal dicembre del 2012, lo stock complessivo dei contratti è salito del 67 per cento”. Un numero evidenzia bene la problematica: 14, come gli anni passati dalla scadenza al rinnovo (avvenuto pochi giorni fa) dell’accordo collettivo dei lavoratori della sanità privata, in “vacanza contrattuale” dal 2006 ad oggi.

…e salario fermo

Contratto scaduto non significa però solo una questione di “calendario”, ma impatta sensibilmente sulle dinamiche del lavoro. A partire da quelle salariali: è in sede di rinnovo dei Ccnl, infatti, che si definiscono fra le altre cose gli incrementi salariali, da anni stretti in una dinamica a dir poco stagnante (per colpa anche dell’eccessiva pressione fiscale) con evidenti riflessi anche sulla domanda interna.

Spiega a tal proposito il coordinatore dell’ufficio studi Cgia, Paolo Zabeo: “Vista la caduta verticale dei consumi delle famiglie e l’andamento dell’inflazione che nel corso dell’anno scivolerà verso il quadrante negativo, c’è la necessità di appesantire le buste paga per dare un impulso alla ripresa della domanda interna. Ovviamente, ciò deve avvenire senza aumentare i costi fissi in capo alle aziende che, in questo periodo, non dispongono di risorse aggiuntive per farvi fronte. Pertanto, una strada percorribile potrebbe essere quella di ridurre per legge il costo del lavoro in capo ai dipendenti, in modo tale da trasferire questo risparmio fiscale e/o contributivo nelle tasche degli operai e degli impiegati”.

Filippo Burla

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