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Roma, 13 giu – Il coronavirus ha sorpreso tutti evidenziando le contraddizioni del villaggio globale: lo attestano le conseguenze politiche, economiche e sociali in atto. E che hanno messo a nudo l’illusoria natura ottimistica di una globalizzazione la quale – piuttosto che offrire migliori condizioni di vita – ha creato un mondo unipolare instaurando una società illiberale e chiusa, strutturata a livello mondiale da élite economiche che hanno sostituito la “vecchia” nomenklatura politica. Tutto ciò impone una riflessione sul concetto di sovranismo poiché il neoliberismo si è imposto facendo leva sul buonismo radical chic assurto a ideologia della globalizzazione, trasferendo «la sovranità degli Stati nazionali ad entità sovranazionali con il preciso e pianificato scopo di estraniare da qualsiasi potere decisionale i Parlamenti nazionali, sostituendoli con un apparato tecnocratico di burocrati autoreferenziali» e configurandosi come una «forma deviata di sovranismo».

Lo scrive Antonio Maria Rinaldi nella prefazione all’intervista di Valerio Benedetti a Simone Di Stefano (Una nazione, Altaforte, Milano 2020), un libro che offre molti spunti di approfondimento dando voce a chi «anche quando non pagava a livello elettorale» ha sempre affermato che «solo il recupero della sovranità – politica e monetaria – può garantire al popolo italiano il posto che gli spetta di diritto nella storia». Il volume non disattende le attese e rispecchia la coraggiosa scelta di CasaPound di porsi «in netta contrapposizione al globalismo», di «fornire idee a un fronte sovranista forte nei consensi, ma povero dal punto di vista culturale» e di farlo superando «la retorica populista, dietro cui spesso c’è il vuoto». Questo, essenzialmente l’incipit del libro che suggerisce, però, altre suggestioni che vale la pena considerare.

Sovranismo parola-chiave

Su tutte l’analisi del sovranismo che – insieme a globalizzazione e Unione europea – è una delle parole-chiave dei nostri tempi. Un periodo nel quale l’«epoca dei compromessi e delle mezze misure è finita» e che pone «tutti noi di fronte a un bivio: o sovranismo o globalismo, o Stato o mercato, o sovranità o vincolo esterno». In questa fase di interregno gramscianamente inteso, infatti, è sopraggiunta – come scrive Benedetti nell’introduzione – «una guerra che non è più possibile evitare […] dichiarata dai globalisti ai popoli e ai lavoratori di tutta Europa» e non solo. Un conflitto che non è più militare e non solo economico, ma anche culturale.

Lo conferma il dibattito intorno al concetto di sovranismo, legittima istanza di ri-nascita di «uno Stato sovrano che difenda gli italiani contro lo strapotere dell’Ue, il ricatto dei mercati, il globalismo che cancella l’identità dei popoli»[1]: a lungo ignorato a favore delle analisi sul populismo – nel Terzo millennio tra la prima monografia sul sovranismo e la prima sul populismo passano 17 anni –; poi volutamente demonizzato a ridosso della Brexit considerata, non a caso, una «vittoria non del popolo, ma del populismo […] del “sovranismo” più stantio e del nazionalismo più stupido»[2]; e oggi largamente banalizzato dai media che semplificano i messaggi fino a capovolgerne il significato.

Tra sovranismo e populismo

Non è un caso, infatti, che l’uso ripetuto e frequente dei termini sovranismo e populismo sia connotato da toni sprezzanti accompagnati dalla loro voluta confusione. Ma sono concetti molto diversi come precisa Di Stefano: «il sovranismo è una visione precisa di quali sono i compiti dello Stato all’interno del mondo reale. Questa visione si concretizza in un programma politico, proposte di legge, iniziative azioni» in antitesi, come fornisce la definizione Treccani del neologismo, «alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione delle politiche sovrannazionali di concertazione»[3]. Il populismo, invece, «è fare politica eseguendo ciò che inconsciamente il popolo desidera. Ma così non si va da nessuna parte: il populismo rischia di essere fagocitato dai proprietari degli strumenti d’informazione, perché sono loro alla fine che orientano le masse […] Il populismo naviga a vista, alla ricerca del consenso, il sovranismo ha una direzione e un obiettivo preciso».

Che non è assolutamente quello della sospensione della democrazia – come taluni vorrebbero far credere – ma la sua piena attuazione tanto che la posizione sovranista «sarebbe la sola costituzionalmente ammessa, perché l’articolo 1 […] recita che la sovranità appartiene al popolo». Un assunto scomodo in tempi di democratismo[4], nei quali la globalizzazione e il connesso neoliberismo hanno liquidato l’intera cultura di tradizione umanistica interrompendo la traditio, ossia la trasmissione, il passaggio del testimone da una generazione all’altra.

Di conseguenza, oggi, la sovranità sembra «dover spettare a chiunque – al mercato, all’Ue, alla Nato, all’Onu – tranne che al popolo e allo Stato italiano». É quindi necessario superare la “dorata menzogna” della globalizzazione che ha «permesso al capitalismo di vanificare le battaglie – sociali e identitarie – che sono state combattute e vinte dai nostri popoli nei secoli precedenti» ed il cui obiettivo è essenzialmente quello di «cancellare ogni coscienza di popolo, che è poi l’unica arma che abbiamo per ribellarci».

La difesa dell’identità appare dunque di fondamentale importanza, condizione indissolubile per realizzare le proposte – tante e pragmatiche – suggerite da Di Stefano poiché, tutti i problemi e le questioni sollevate (dal recupero dello spirito sulla materia al ritorno alla sovranità monetaria, dal perseguimento della giustizia sociale al superamento del complesso di inferiorità della destra in ambito culturale), si riconducono a questo: sapere chi si è.

Non a caso, nel mondo attuale «i globalisti ambiscono […] a eliminare tutte le identità da quella sessuale – con l’ideologia gender – fino a quella nazionale e storico culturale […] facendo leva sui migliori neuroscienziati, sociologi, geni del marketing». Sono loro che, coadiuvati dal mainstream, «fissano gli obiettivi e possiedono il segreto di farsi obbedire» ben consci del fatto che chi perde le proprie radici, diventa inevitabilmente un numero nella massa perdendo, come scriveva Eric Voegelin, “la consapevolezza dell’individuo”. Non a caso, infine, la partita decisiva che si sta giocando è tra forze «che mirano alla distruzione delle identità e quelle che, mediante una necessaria presa di coscienza, mirano a difenderla, preservarla e svilupparla».

Una Nazione, dunque, ci vuole eccome, “cari” globalisti. E bene ha fatto il J’accuse di Di Stefano a ribadirlo. Perché una Nazione, un Paese «vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo». Lo scrisse nel 1949 uno scrittore che aveva «girato abbastanza il mondo da sapere che […] uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione». E’ una pagina de La luna e i falò di Cesare Pavese che oggi, proprio come noi, avrebbe saputo da che parte stare in questa partita.

Roberto Bonuglia


[1] Cfr. Paolo Becchi, Italia sovrana, Milano, Sperling&Kupfer, 2018.

[2] Bernard-Henry Lévy, Così con la Brexit ha vinto un sovranismo ammuffito, in «Corriere della Sera», 27 giugno 2016.

[3] Cfr. la voce sovranismo, in Vocabolario Treccani.

[4] R. Bonuglia, Se la democrazia diventa “regime” e gli intellettuali vassalli omologati, in «Barbadillo», 1° febbraio 2020.