Roma, 22 set – Nel 1991, l’Italia diventava la quarta potenza mondiale. Poi, nel 1992, arrivarono Mani Pulite, l’attacco speculativo contro la lira del “filantropo” George Soros, il prelievo forzoso sui conti correnti del governo Amato e il Britannia. Sul panfilo, era presente anche Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro, che fu incaricato di svendere il patrimonio industriale italiano.

Leggi anche: “I segreti del Britannia: 30 anni fa iniziava la distruzione dell’Italia”. Lo speciale del Primato

Nel dicembre del 2020, è stato pubblicato un documento del Gruppo dei Trenta (G30), organizzazione internazionale di finanzieri e accademici, intitolato “Rilancio e ristrutturazione, il settore imprese post-Covid, progettazione di interventi di politica pubblica”. All’epoca Mario Draghi era il co-presidente del G30. Quel documento forniva ai governi occidentali le linee guida per rilanciare l’economia attraverso politiche destinate al tessuto produttivo nazionale dopo i primi mesi della pandemia.

“Le scelte spesso impopolari…”: Draghi e il documento del G30

“Questi principi forniscono una guida per le scelte spesso impopolari che la maggior parte dei governi dovrà fare”, si apre così il paragrafo sulle scelte che i governi avrebbero dovuto intraprendere in merito alle aziende del proprio Paese. Il documento sottoscritto da Mario Draghi prevede, per prima cosa, di “ridurre l’ampio sostegno alle imprese e passare a misure più mirate e focalizzate su quelle aziende che necessitano di sostegno ma che dovrebbero essere sostenibili nell’economia post-Covid”. Quindi, le aziende in difficoltà per una congettura economica non certamente favorevole già prima del Covid-19 non avrebbero dovuto ricevere sostegno dai governi nazionali. “Un compito chiave sarà comunicare chiaramente questi obiettivi e gestire l’inevitabile resistenza contro la cancellazione di programmi di sostegno ampi e non mirati e il fallimento di alcune aziende”, spiegava il G30 di Draghi.

Limitare il sostegno pubblico alle imprese quando si verifica un fallimento del mercato”, evidenzia il documento del G30, spiegando che, nelle interviste fatte a funzionari governativi, a banchieri centrali, a dirigenti del settore privato e a accademici, “c’è stato un ampio sostegno per il risparmio di risorse statali per quelle situazioni in cui i meccanismi del settore privato non erano adeguati per risolvere i problemi in modo efficace”. Poi si passa alla “collaborazione con il settore privato per finanziare le necessarie ristrutturazioni di bilancio”, ovvero all’iper indebitamento delle aziende presso le banche che, ovviamente, non è gratuito. Il gruppo di Draghi spiega che “le banche e gli investitori del settore privato di solito hanno una maggiore esperienza nella valutazione della fattibilità e sono certamente meno sotto pressione politica quando prendono tali decisioni”. Ovvero, le banche possono tranquillamente e senza ripercussioni decidere della vita e della morte delle aziende.

Il tandem dei due Mario

Il documento del Gruppo dei Trenta è stato pubblicato nel dicembre del 2020. Un mese dopo, in un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera, l’ex premier Mario Monti propone le medesime linee guida di Draghi: “Diviene perciò importante porsi con urgenza il problema di quanto abbia senso continuare a ‘ristorare’ con debito, cioè a spese degli italiani di domani, le perdite subite a causa del lockdown, quando per molte attività sarebbe meglio che lo Stato favorisse la ristrutturazione o la chiusura, con il necessario accompagnamento sociale, per destinare le risorse ad attività che si svilupperanno, invece che a quelle che purtroppo non avranno un domani”. In altri termini, il diktat dei due Mario era quello di favorire il fallimento delle aziende “che non avranno un domani” che di solito sono quelle più esposte finanziariamente, ovvero le piccole e medie imprese provate già dalla recessione iniziata nel 2007. Avviare al fallimento le piccole e medie imprese in Italia, significa distruggere ulteriormente il tessuto economico e sociale fondante del Paese e, quindi, intraprendere la strada verso il default. Ovviamente, l’ex banchiere centrale europeo e l’ex commissario Ue hanno sempre privilegiato questa linea. La martoriata Grecia insegna e attualmente pure l’Italia che sta pagando le scelte del governo del “migliore” in merito all’energia con la chiusura di migliaia di aziende. Confcommercio-Imprese ha stimato che chiuderanno 120mila aziende a causa del caro bollette grazie all’estrema benedizione dello “statista dell’anno”. Sembrerebbe che Draghi stia portando a termine la missione iniziata nel 1992 a bordo del panfilo Britannia: prima ha svenduto il patrimonio industriale pubblico dell’Italia e ora ha avviato le piccole e medie imprese verso il fallimento.

Francesca Totolo

La tua mail per essere sempre aggiornato

3 Commenti

Commenta