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Roma, 11 nov – Il destino dell’ex Ilva e di decine di migliaia di lavoratori resta appeso a un filo. Mentre il premier Giuseppe Conte sta lavorando al prossimo incontro con ArcelorMittal, che potrebbe tenersi già domani, fa presente che lo scudo penale “per stanare il signor Mittal sulle sue reali intenzioni, gliel’ho offerto subito: mi ha risposto che se ne sarebbe andato comunque, perché il problema è industriale, non giudiziario”. “Quindi – sottolinea Conte – chi vuole reintrodurre lo scudo per levare un alibi a Mittal trascura il fatto che Mittal non lo usa, quell’alibi. Anche solo continuare a parlarne ci indebolisce nella battaglia legale, alimenta inutili polemiche e ributta la palla dal campo di Mittal a quella del governo”. Lo dice il premier a Il Fatto Quotidiano, precisando che “soltanto se Mittal cambiasse idea e venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto – cioè produzione nei termini previsti, piena occupazione e acquisto dell’ex Ilva nel 2021 – potremmo valutare una nuova forma di scudo“, aggiunge il presidente del Consiglio.

Di Maio: “L’Italia si deve far rispettare”

Lo scudo penale “è stato proposto ma la multinazionale ha confermato i 5 mila esuberi nonostante un contatto firmato solo un anno fa”. Taglia corto il ministro degli Esteri e capo politico del M5S, Luigi Di Maio, intervenuto a Uno Mattina. “Il tema è che l’Italia si deve far rispettare, deve far rispettare il contratto e dispiace che i sovranisti come la Lega stiano dall’altra parte“, conclude.

Salvini: “Li avevamo avvisati, adesso piangono lacrime di coccodrillo”

“La visita di Conte a Taranto? Poteva pensarci prima di mettere a rischio il futuro di una città e dei lavoratori” dell’ex Ilva. “Noi li avevamo avvisati: se togliete lo scudo” ArcelorMittal “saluta e se ne va. Conte, Renzi, Zingaretti e Di Maio adesso piangono lacrime di coccodrillo“. Lo sottolinea il leader della Lega, Matteo Salvini, intervenuto a Lady Radio. “A Taranto – spiega – andrò quando ci sarà una soluzione a cui stiamo lavorando anche se siamo all’opposizione. Che faccio, vado a Taranto a dire che Conte, Di Maio e Renzi sono degli irresponsabili? E’ così, però gli operai hanno bisogno di lavoro, pane, stipendio e futuro, non di colpevoli“. Detto questo, aggiunge, “rilevo che oggi è l’Ilva, poi rischia di essere Alitalia, poi le tasse su plastica, zucchero, cartine di sigarette e euro 3 diesel. Non si va avanti così“.

L’ex Ilva andrebbe nazionalizzata, perché l’Italia non può non produrre il suo acciaio. Eppure in pochi sono a parlare di quella che appare l’unica soluzione concreta per uscire dall’impasse. Uno è il “compagno” Maurizio Landini, secondo cui una presenza dello Stato, con uno strumento da decidere, sarebbe “utile”. “Non so se ci sarà un incontro domani – ha detto il segretario della Cgil a Milano a margine di un convegno di Huffpost – continuiamo a sostenere che è necessario si arrivi a un confronto in cui siano presenti anche le organizzazioni sindacali. Oggi c’è un accordo che va fatto rispettare. Noi troveremmo utile che dentro a questa società ci fosse anche una presenza pubblica, era una delle cose che si stava discutendo da tempo. Il governo decida con quale strumento esserci: se Cdp o un altro fondo, così come succede nel resto d’Europa e del mondo“. Secondo Landini, “avere una presenza, poi deciderà il governo di quanto, dentro a questa azienda, avrebbe un doppio significato: da un lato togliere qualsiasi alibi ad ArcelorMittal, che dice che c’è un clima ostile verso l’industria, dall’altro quello di controllare che seriamente gli investimenti, l’ambientalizzazione, vengano fatti sotto ogni punto di vista. Questo sarebbe anche un modo per ricostruire un rapporto tra la città, i cittadini e il lavoro, che in questi anni si è rotto”.

Adolfo Spezzaferro

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