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Roma, 12 feb – La politica non funziona? L’economia va malissimo? Nessun problema, facciamo il ministero della Transizione ecologica. I dati della situazione socioeconomica italiana sono drammatici. Secondo il rapporto di previsione dell’autunno 2020, del Centro Studi Confindustria, alla caduta del Pil, – 10% rispetto al 2019, si aggiunge quella dei consumi interni: – 11%. Oltre a quella degli investimenti fissi lordi, – 15,8%, delle esportazioni, -14,3%, e naturalmente dell’occupazione, – 10,8%. In questi giorni l’Istat ci dice che la produzione industriale è crollata dell’11% e a crescere, del 10%, è solo l’indebitamento della pubblica amministrazione.

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Il ministero della Transizione ecologica: niente di nuovo, niente di buono

E mentre imperversa il caos economico e politico, ecco arrivare la provvidenza, il Recovery Plan, capace, secondo gli autori, di rilanciare e modernizzare il nostro sistema paese. E lo stratagemma politico, un bel ministero della Transizione ecologica, capace di tranquillizzare la base grillina e mantenere così i 5s negli equilibri del potere, per il tempo che resta. Il nuovo ministero della Transizione Ecologica è strettamente connesso alla gestione dei fondi del Recovery Plan e sembra la riproposizione, in altre vesti, della precedente formula della task force. Quest’ultima è stata un fattore determinante della contesa tra Renzi e il governo Conte: come dire, se non vuoi la task force di Conte vorrai invece un bel ministero con Draghi.

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Un’idea, questa del nuovo ministero, che non promette niente di nuovo, e di buono. Continua anzi nel vecchio solco della creazione di enti, comitati, tavoli di lavoro, nella divisione delle responsabilità e nella sovrapposizioni di incarichi. Solo con modalità più istituzionali. Tanto più, e questo rende ancora più incredibile l’urgenza per la nascita del nuovo ente, che già esiste un dipartimento per la Transizione ecologica e gli investimenti verdi, e fa parte del ministero per l’Ambiente guidato da Sergio Costa, del Movimento 5 Stelle.

I soldi del Recovery e il Superministero

Ma se vogliono fare un nuovo ministero forse funzionava male. Come si legge sul sito, il dipartimento «cura le competenze del ministero in materia efficientamento energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile, cooperazione internazionale ambientale, valutazione e autorizzazione ambientale e di risanamento ambientale». Già c’è, ma bisogna farne un altro. D’altra parte avranno pensato che i soldi e gli impegni del Recovery Plan sono talmente tanti che tanti, tantissimi, dovranno essere i burocrati a guidarlo.

Per provare a capire la genesi di questo nuovo ministero, torniamo sui contenuti del Recovery Plan, in italiano Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Per accedere ai fondi del programma Next Generation EU, cioè ai fondi che arriveranno all’Italia dall’Unione Europea e che ammonteranno a circa 222 miliardi di euro, è necessario che il Piano nazionale di ripresa e resilienza sia in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo. E che si basi su alcuni principi fondamentali, come ad esempio la transizione ambientale. Il Piano che il secondo governo Conte ha approvato è diviso in sei «missioni», e per la rivoluzione verde e la transizione ecologica prevede di stanziare 69 miliardi di euro.

Le risorse ci sono, ma la logica è sbagliata

Non è ancora chiaro però che responsabilità precise avrà il ministero per la Transizione ecologica nella gestione di questi fondi, né di quanti dei quasi 70 miliardi di euro previsti si occuperebbe in concreto. Le risorse da destinare alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica” sono a loro volta suddivise in “Agricoltura sostenibile ed economia circolare” , 6,3 miliardi. “Energia rinnovabile, idrogeno e mobilità sostenibile” 18,2 miliardi, “Efficienza energetica e degli edifici ” 29,35 miliardi, “Tutela del territorio e della risorsa idrica” 15 miliardi.

Come si vede nel grafico sono un bel po’ di risorse, ma solo in linea di massima. In linea di massima, perché il piano contiene una serie di principi, di indicazioni per la modernizzazione delle reti energetiche del Sistema italiano, sulle quali è difficile dissentire. Ma non spiega minimamente i dettagli operativi: né chi, né come, né quando. Dunque non si capisce la logica di pensare a un ministero ben prima di pensare a un piano più preciso, circoscritto e dettagliato, sia nei contenuti che nei processi. O meglio, purtroppo si capisce la logica ma ci si continua, nonostante tutto, a stupire.

Un piano già ampiamente stroncato

Tanto più che il piano è stato già ampiamente criticato, in diverse audizioni. Ad esempio: “La frammentazione delle iniziative che emerge dal Piano nazionale di ripresa e resilienza rischia di diluire la potenzialità del piano di incidere in modo strutturale sulla realtà del paese, con una dispersione di risorse che potrebbe non consentire di realizzare gli obiettivi di policy dichiarati”, ha sottolineato Chiara Goretti, componente del Consiglio dell’Ufficio parlamentare di bilancio nel corso dell’audizione nelle Commissioni riunite Bilancio e Tesoro della Camera e Bilancio e Politiche Ue del Senato.

E ancora critiche con Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani. “C’è poca chiarezza sugli effetti sul deficit pubblico e debito pubblico. Credo sia invece fondamentale che la versione finale sia del tutto trasparente rispetto al tracciato dei conti pubblici che risulterebbe dall’implementazione del piano”. E “una parte che manca completamente è la definizione della governance del Piano nazionale di ripresa e resilienza e delle misure di controllo e audit”.

La Corte dei Conti auspica che nel Piano nazionale di ripresa e resilienza “possano contemperarsi le esigenze di snellezza, semplificazione ed efficienza con quelle di tutela e corretto impiego delle pubbliche risorse”. Alle critiche si unisce anche la Banca d’Italia. “Il documento in discussione non specifica in dettaglio il profilo annuale dell’uso dei fondi europei, né la loro ripartizione dettagliata tra le diverse poste di bilancio. Si indica solo che almeno il 70 per cento dei trasferimenti ricevuti attraverso il Dispositivo verrà speso entro il 2023 e la parte rimanente entro il 2025 e che il ricorso ai prestiti aumenterà nel corso del tempo. Il documento tuttavia non presenta ancora una puntuale quantificazione del contributo di ciascun progetto alla spesa destinata alla transizione verde e a quella digitale”.

Un capriccio a Cinque Stelle

Insomma un piano ancora in piena discussione, nel contenuto e nella forma, ma un ministero già bello e pronto. La nascita di un ministero per la Transizione ecologica sembra un’esigenza lontanissima dalla realtà di un Paese in piena e drammatica emergenza sanitaria, economica, politica. Appare paradossale rispetto a un Piano di Ripresa ancora incerto e sicuramente incompleto. E’ un’inutile sovrapposizione al ministero dell’Ambiente. Sembra proprio una tipica e capricciosa posizione a 5stelle: NoTav, NoTap, NoVax, NoTermovalorizzatori. No a tutto ma non a un bel ministero nuovo di zecca.

Gian Piero Joime

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