Il Primato Nazionale mensile in edicola

Tripoli, 9 gen – Il governo di Tripoli dice sì al cessate il fuoco in Libia richiesto da Putin e Erdogan. Il Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico (Gna) presieduto da Fajez al Sarraj e riconosciuto dall’Onu “accoglie con favore qualsiasi appello alla ripresa del processo politico e ad allontanare lo spettro della guerra, in conformità con l’Accordo politico libico e il sostegno alla Conferenza di Berlino patrocinata dalle Nazioni Unite”. Lo si legge in una nota del Gna pubblicata dopo l’incontro di ieri ad Istanbul tra il presidente russo Putin e quello turco Erdogan nel quale i due hanno proposto tra le altre cose “un cessate il fuoco in Libia a partire dalla mezzanotte di domenica prossima“.

Putin e Erdogan: “Pace solida e stabile solo con dialogo politico”

“Una pace solida e stabile in Libia può essere raggiunta solo mediante un processo politico condotto ed effettuato dai libici e basato su un dialogo franco e inclusivo fra loro” veniva detto in una dichiarazione congiunta di Putin e Erdogan. I due leader hanno constatato inoltre che “scommettere su una soluzione militare del conflitto porterebbe solo a ulteriori sofferenze e renderebbe più profondi i dissidi fra i libici”. Ora occhi puntati sul generale Haftar, in guerra contro Tripoli per il controllo della regione. Generale finora sostenuto (anche) dalla Russia. Con la tregua proposta ad Istanbul il quadro cambia. E forse anche Haftar deporrà le armi.

Il vertice di Istanbul certifica l’inconsistenza del ruolo dell’Italia

La crisi libica certifica purtroppo anche l’inconsistenza della nostra politica estera e del ruolo ormai più che marginale dell’Italia in una regione strategica e di importanza cruciale per la nostra sicurezza. Inconsistenza culminata ieri quando al Serraj ha disertato l’incontro con il premier Conte. Il governo libico ha scelto di farsi aiutare dalla Turchia, che ora non è più contrapposta alla Russia. Insomma, a incidere davvero sulle sorti del conflitto non è né la Ue né tanto meno il nostro Paese, ma – come abbiamo visto – sono Putin e Erdogan.

Adolfo Spezzaferro

Commenta