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Roma, 21 set – Le velleità secessioniste della Catalogna, in questi giorni all’onore delle cronache, rilanciano potentemente il dibattito sul cosiddetto “principio di autodeterminazione dei popoli”. Concetto, questo, per cui, per motivi oscuri, anche buona parte della gioventù identitaria e sedicente anticonformista sembra andare pazza. Sono i classici equivoci della storia delle idee, per cui una formula apparsa in un contesto conduce una sorta di vita sotterranea e sbuca tempo dopo nel contesto idealmente opposto. Ora, il principio di autodeterminazione venne proclamato dal presidente americano Woodrow Wilson l’8 Gennaio 1918 in un discorso rivolto al Congresso, nell’ambito del programma in 14 punti redatto in vista del riassetto del vecchio continente a conclusione della Prima guerra mondiale. Il principio venne ribadito da Wilson in occasione del Trattato di Versailles (1919). Si trattava di riscrivere le carte geografiche dopo la caduta degli imperi centrali e di quello ottomano. Su queste basi nacquero stati come la Cecoslovacchia e la Jugoslavia, che, per ironia della sorte, dovettero qualche decennio dopo sparire per una ulteriore “autodeterminazione” dei popoli che vi erano stati raccolti, il che la dice lunga sulla strumentalità del concetto. Benché inizialmente prudente nei confronti degli assetti internazionali, che dichiarò di non voler stravolgere, Wilson introdusse anche l’argomento delle aspirazioni dei popoli delle colonie.

La cosa interessante è che, già da qualche anno prima che ne parlasse Wilson, il mondo comunista aveva avviato un dibattito sul tema. “Il diritto dei popoli all’autodeterminazione” è significativamente il titolo di un articolo scritto da Lenin nel febbraio-maggio 1914. Lenin parlerà dell’argomento anche in altri suoi scritti. Contro Rosa Luxemburg, che riteneva il principio un’idea estranea al socialismo, Lenin spiegava che “la dialettica della storia è tale che la funzione delle piccole nazioni, impotenti come fattori indipendenti nella lotta contro l’imperialismo, è quella di fermenti, di bacilli che, insieme con altri fermenti e bacilli, contribuirà a far entrare in scena la vera forza che può combattere contro l’imperialismo, e precisamente il proletariato socialista”. Con lui concordava anche Trotsky, che in un articolo del settembre 1930 spiegava: “Il nazionalismo della borghesia è uno strumento di asservimento e di inganno delle masse, ma il nazionalismo delle masse popolari è la forma elementare che assume il loro odio, giusto e progressivo, verso i loro oppressori (…). Il proletariato non ha il diritto di volgere le spalle a ‘questo tipo’ di nazionalismo: anzi, deve dimostrare coi fatti di essere il più coerente ed impegnato combattente per la libertà nazionale”.

Questi brevi cenni sulla doppia origine comunista-americana del concetto ci dicono alcune cose importanti. Il suo collegamento con un personaggio come Wilson è significativo. A questo presidente americano sono legati i momenti più duri della segregazione razziale in America, nonché una campagna di interventi militari nel Centro e Sudamerica. Wilson è anche, per l’appunto, il presidente dell’intervento Usa nella Grande guerra, che segnò l’inizio dell’egemonia statunitense in Europa. Ed è solo per destabilizzare il Vecchio continente che il principio di autodeterminazione venne sventolato (del diritto ad autodeterminarsi dei neri d’America o degli abitanti di Haiti e del Nicaragua l’America wilsoniana se ne sbatté allegramente). Il dibattito nel campo comunista ci serve poi da spiegazione per capire perché quasi tutti gli indipendentismi siano oggi legati all’estrema sinistra, nonostante il carico di rivendicazioni identitarie che ogni localismo porta necessariamente con sé. Sin dai primi del ‘900, e poi ancor più nell’epoca della decolonizzazione, i marxisti interpretarono i nazionalismi dei popoli oppressi come fenomeni progressivi in senso dialettico, pur senza concedere nulla all’importanza del fattore identitario nella vita dei popoli e dei singoli e pur restando ancorati a un obbiettivo finale all’insegna dell’internazionalismo e del cosmopolitismo. Oggi che i due “gemelli diversi” della modernità, capitalismo e comunismo, sono riuniti in una cosa sola, le due istanze si riuniscono in un medesimo progetto: gli indipendentismi sono ancora usati per destabilizzare l’Europa, con il consenso delle frange di estrema sinistra che vi vedono un’occasione per imporvi le loro politiche. È quindi un paradosso solo apparente quello che vede i “no border” tifare per l’innalzamento di un nuovo confine tra Spagna e Catalogna, dato che di quest’ultima si vuole fare un focolaio immigrazionista e gayfriendly.

Come concetto, poi, l’autodeterminazione dei popoli intesa in senso giusnaturalistico non esce dal medesimo quadro filosofico, politico ed etico della ideologia dei diritti dell’uomo in generale. Si tratta, peraltro, di una contraddizione in termini: chi si “autodetermina”, cioè si determina “da solo” (autos), non deve reclamare alcun diritto. Molto semplicemente, si prende ciò che è suo, come è sempre accaduto nella storia. Viceversa, stabilire un principio astratto per cui ogni popolo ha diritto ad autodeterminarsi, a prescindere da ogni considerazione di contesto, appare decisamente folle. E poi con quale criterio? Quello maggioritario? Allora dovremmo benedire il Kosovo, narcostato islamista nel cuore dell’Europa “autodeterminatosi” su una terra che non era dei kosovari, ma in cui questi ultimi erano divenuti maggioranza grazie alla demografia e all’aiutino turco-americano. E perché no, un domani potremo assistere a dei nigeriani che si “autodeterminano” in casa nostra o degli arabi che lo fanno in Francia.

Resta infine da fare una considerazione sullo Stato nazione. Di questa struttura politica si è reclamato con troppa fretta il pensionamento, senza però saper ancora bene con cosa sostituirlo. Le tesi della Nouvelle Droite sull’Europa delle piccole patrie hanno sedotto in molti ma, a prescindere da ogni altra considerazione, è bene ricordarsi che in esse la frammentazione dei vecchi Stati era compensata da un’Europa imperiale e da un ordinamento per grandi spazi. Ora, è sotto agli occhi di tutti che, oggi, la frammentazione appare nelle agende politiche come un fatto reale, mentre della politica di potenza continentale non c’è traccia. Accettare la prima senza la seconda è semplicemente suicida. Volenti o nolenti, gli Stati nazionali sono ancora i depositari della sovranità politica. Se si inventano altre formule concrete, ben venga. In assenza di quelle, tuttavia, ogni indipendentismo finisce solo per assecondare l’espropriazione delle prerogative politiche da parte delle oligarchie finanziarie. Per non parlare del fatto che non tutti gli Stati nazionali sono creazioni giacobine astratte, astruse, senz’anima. L’Italia, per esempio, non è la Cecoslovacchia: essa è stata fondata con il sangue dei combattenti del Risorgimento e della Grande guerra e ha tradotto in forma politica le aspirazioni di generazioni e generazioni di patrioti, di giovani, di pensatori. Davvero dovremmo considerare la Padania una patria più “carnale” dell’Italia? Per L’Italia sono morti in milioni. Per la Padania aspettiamo che qualcuno prenda una multa.

Adriano Scianca

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3 Commenti

  1. Splendido articolo. Riflessione logica e coerente.
    Il minimo comune denominatore tra capitalismo e comunismo nell’autodeterminazione dei popoli è la distruzione dei popoli effettivi, quelli che bene o male sono la spina dorsale di un paese. Imposizioni dall’alto attraverso fantomatici diritti espressi in una sede istituzionale (congresso) o riunioni semi-clandestine dal basso per aizzare focolai di guerra civile e spaccare la società, l’obiettivo è sempre lo stesso: distruggere l’ordine sociale per regredirne i partecipanti ad un livello più facilmente soggiogabile dalle oligarchie finanziarie. Come sempre senza peli sulla lingua Lev Davidovich Bronstein, alias Trotsky.

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