Roma, 12 dic — Michelle Obama avrebbe esercitato pesanti pressioni per ottenere l’oscuramento dell’account Twitter di Donald Trump all’indomani dell’assalto di Capitol Hill. Non si ferma il fiume delle scandalose rivelazioni emerse dai Twitter files, la serie di documenti che svela la gestione pre-Musk di Twitter a base di «purghe» nei confronti degli utenti non allineati al pensiero unico. Un sistema che per anni ha silenziato la parte del dibattito sgradita all’establishment a favore di una narrazione globalista, femminista, pro-Lgbt, gretina e favorevole alle più selvagge e liberticide restrizioni pandemiche.

Settimana scorsa la giornalista Bari Weiss aveva svelato l’esistenza di team di dipendenti iper-ideologizzati dediti a stilare «liste nere» dove venivano inseriti utenti politicamente non graditi, i cui tweet venivano successivamente silenziati e limitati nella diffusione sulla piattaforma, a riprova del torbido legame esistente tra le istituzioni e il servizio di microblogging.

Michelle Obama fece pressioni per oscurare il Twitter di Trump

Sabato sera, Elon Musk ha reso pubblica una serie di nuovi documenti diffusi, in seguito,  dallo scrittore Michael Shellenberger. Sotto accusa, questa volta, la serie di decisioni interne che portarono alla disattivazione dell’account di Donald Trump, ora riattivato. Il quarto lotto di documenti Twitter mostra le comunicazioni interne tra i dirigenti dell’azienda tra il 6 e l’8 gennaio 2021. Shellenberger parla di pressioni interne ed esterne arrivate soprattutto dalla ex first lady e dall’Anti defamation league, l’organizzazione non governativa internazionale ebraica contro l’antisemitismo e i pregiudizi razziali. «E’ il momento, per le aziende della Silicon Valley, di smettere di consentire questo comportamento mostruoso e andare oltre, bandendo definitivamente quest’uomo dalle piattaforme e mettendo in atto politiche per impedire che le loro tecnologie vengano utilizzate dai leader della nazione per alimentare insurrezione», aveva scritto Michelle Obama il 7 gennaio.

Un ban ad personam

La decisione di sospendere l’account di Trump venne presa dalla responsabile legale dell’azienda (silurata il mese scorso da Musk) Vijaya Gadde, finanziatrice delle campagne presidenziali di Barack Obama, Hillary Clinton, John Kerry e Kamala Harris secondo il sito Open Secrets, come riporta La Verità. Il resto è storia, come si dice in questi casi. L’account di Trump venne oscurato per «incitamento alla violenza» per i fatti di Capitol Hill. «Twitter afferma che il suo divieto si basa “specificamente su come [i tweet di Trump] vengono ricevuti e interpretati”. Ma nel 2019, Twitter aveva dichiarato» esattamente il contrario, cioè di non voler «determinare tutte le potenziali interpretazioni del contenuto», sottolinea Shellenberger. Per il tycoon, dunque, i generalissimi della piattaforma avevano scelto di applicare due pesi e due misure, dove mai prima di allora avevano bloccato account di «funzionari eletti».

Due pesi e due misure

L’unica, timida protesta arrivò da un ingegnere interno che comunicò i propri dubbi per il cambio di marcia ad personam all’allora dirigente di Twitter, Yoel Roth: «L’account di Trump non è tecnicamente diverso da quello di qualsiasi altro utente e tuttavia è trattato in modo diverso a causa del suo status personale, senza corrispondenti regole di Twitter». Roth tagliò comodamente la testa al toro: «Le politiche sono una parte del sistema di funzionamento di Twitter […] Ci siamo imbattuti in un mondo che cambia più velocemente di quanto siamo stati in grado di adattare il prodotto o le politiche». Il tocco magico di Michelle ha fatto il resto.

Cristina Gauri

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