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Roma, 24 giu – Tanto rumore per nulla. Il «cappio della discordia», trovato qualche giorno fa nel box del pilota afroamericano della Nascar Darrell “Bubba” Wallace Jr. e subito rubricato come «minaccia di morte a sfondo razziale» messa lì da qualche suprematista bianco, in realtà si trovava nella struttura già dall’anno scorso, mesi prima che questa venisse assegnata a Wallace Jr. Lo ha reso noto l’Fbi, mettendo così a tacere tutte le illazioni che vedevano il pilota – che recentemente era intervenuto a sostegno del Black lives mater – come bersaglio di odio razziale.

«Dopo un’attenta revisione dei fatti e delle prove riguardanti questo evento, abbiamo concluso che non è stato commesso alcun crimine federale», ha dichiarato Jay E. Town, procuratore per il distretto settentrionale dell’Alabama, e Johnnie Sharp Jr., capo dell’ufficio dell’Fbi a Birmingham, in Alabama, in una nota. A dimostrare che la «fune per porte da garage modellata come un cappio» rinvenuta nel box era stata posizionata nell’autunno scorso sono state alcune prove fotografiche e un video.

Grande sollievo è stato espresso dai funzionari della Nascar: «Apprezziamo le indagini rapide e approfondite dell’Fbi e siamo grati di apprendere che questo non è stato un atto intenzionale e razzista contro Bubba», ha afferma l’account ufficiale Nascar su Twitter. «Rimaniamo fermi nel nostro impegno a fornire un ambiente accogliente e inclusivo per tutti coloro che amano le corse». Le riprese confermano che il cappio rinvenuto nel garage n. 4 era già lì lo scorso ottobre:  «Sebbene sia noto che il cappio fosse nel garage numero 4 nel 2019, nessuno avrebbe potuto sapere che il signor Wallace sarebbe stato assegnato al garage numero 4 la scorsa settimana», conclude l’Fbi.

Tutto è bene quel che finisce bene, quindi, e che zittisce almeno parte degli isterismi psicotici sorti ad ogni angolo del globo che vedrebbero attacchi razzisti e suprematisti anche nelle forme delle nubi in cielo. La notizia del cappio aveva provocato un terremoto nel mondo delle competizioni automobilistiche Usa. Settimana scorsa Wallace aveva dato il suo endorsement al Black lives matter, guidando un’auto con la bandiera del movimento dipinta sulla scocca e aveva convinto la Nascar a vietare l’uso di bandiere confederate nel corso degli eventi ufficiali. All’atto del ritrovamento del cappio Wallace aveva subito pensato a una ritorsione razzista definendola un «atto spregevole di razzismo e odio». Forse prima di puntare il dito contro i suprematisti avrebbe dovuto sincerarsi meglio della provenienza del «reperto», ma invece aveva preferito affermare: «Questo non mi spezzerà, non mi arrenderò. Continuerò a sostenere con orgoglio ciò in cui credo». In sostegno del pilota afroamericano erano intervenuti tutti i colleghi e i membri dei team Nascar, scortando la sua macchina numero 43 fino al traguardo durante le attività pre-gara sul tracciato di Talladega.

Cristina Gauri

2 Commenti

  1. Se non fosse un fenomeno patologici e pericoloso, per i suoi aspetti di bieco fanatismo ed ignoranza, per la Cultura Occidentale, ci sarebbe da ridere…

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