Roma, 28 giu – Il debito e il deficit pubblico, nella loro più intima accezione, possono essere considerati come ricchezza privata. Eresia? No: ribaltamento, numeri alla mano, del paradigma dell’austerità. Il rapporto fra le due grandezze è speculare: se in accordo ai desiderata Ue “migliora” (dunque si restringe) il bilancio dello Stato, il risultato è di far calare i redditi disponibili delle famiglie. Una relazione che trova sempre più conferme empiriche, come dimostrano le ultime rilevazioni condotte dall’Istat.
I conti pubblici sono apparentemente in salute. Nel primo trimestre di quest’anno l’indebitamento netto delle amministrazioni in rapporto al Pil è stato infatti pari al 3,5%, in miglioramento di mezzo punto percentuale rispetto allo stesso trimestre del 2017. Parliamo del valore più basso dal 2000, vale a dire da 18 anni a questa parte. Segno che la stretta sulle finanze dello Stato impressa dal ministro Padoan ha finalmente dato i suoi frutti.
Tutto bene quindi? Neanche per idea. Perché, nel medesimo rapporto, l’Istat analizza anche la situazione dei redditi delle famiglie italiane. I quali sono sì in crescita (+0,2%), ma in deciso rallentamento rispetto ai trimestri precedenti. Complice poi il risveglio dell’inflazione, che ha ricominciato timidamente a salire, dal segno più si passa a quello meno: il potere d’acquisto scende infatti dello 0,2%. Allo stesso tempo peggiora anche la propensione al risparmio, che misura la capacità degli italiani di mettere da parte una quota dei propri redditi: -0,5%.
Filippo Burla

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