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Palermo, 19 lug – Un quarto di secolo. Tanto è passato da uno degli eventi che, insieme a Tangentopoli, ha segnato la fine della storia della prima repubblica. Quel giorno in via D’Amelio a Palermo, lo Stato abdicava, alzava le braccia al cielo e la dava vinta alla mafia. Le analisi sociali e criminologiche, le formule (auto)assolutorie e qualche piccolo successo nonostante l’impegno encomiabile di tanti magistrati lasciano il tempo che trovano: la verità l’aveva resa, perfettamente cristallizzata in brevi e terribili parole, a pochi minuti dal massacro, Antonino Caponnetto.



“È finito tutto”, spiegava l’ex capo del pool antimafia che tanto aveva fatto nella lotta alla criminalità organizzata. Lo sguardo perso nel vuoto, i passi difficili nell’uscire di casa mentre le telecamere lo seguono, le mani che tentano di cercare un conforto su quelle dell’inviato che regge il microfono e ancora “È finito tutto”, ripetuto con la voce rotta, spezzata in una disperazione tenuta a freno a stento, con le lacrime che spingono per uscire e l’emozione che trasuda da ogni fotogramma di quelle tragiche immagini, sono la cifra della resa su tutta la linea di uno Stato incapace, da Chinnici a Borsellino passando per Montana, Falcone, Livatino e tutti gli altri caduti per la Patria, di difendere i propri uomini migliori.

I venticinque anni dalla strage ad oggi sono venticinque anni sicilianissimi: da allora tutto è cambiato perché nulla cambiasse. L’antimafia, declinata anche nelle sue varianti più in voga dell’anticamorra e dell’anti ‘ndrangheta, è diventata un via di mezzo fra business e avanspettacolo piegato alle esigenze mediatiche e di carriera di pochi selezionati che aiutano a pulire la coscienza collettiva. Ma il sangue fra Capaci e via D’Amelio è ancora lì.



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