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Roma, 19 lug – Pil in crescita a +1,4% nel 2017? Sembra che finalmente, dopo anni, l’Italia riuscirà a superare la soglia della cifra tonda del punto percentuale, uscendo così dal novero del poco invidiabile zerovirgola che trasformava la tanto decantata ripresa in corso in poco più di una stagnazione di lungo periodo. Le cifre parlano chiaro: per la prima volta da anni le revisioni della crescita del prodotto interno lordo sono costantemente al rialzo. L’ultima analisi è di Banca d’Italia, che ha portato le stime del Pil dal magro +0,9% di inizio anno a +1,4%. Una correzione di notevole portata, spiegano da via Nazionale, trainata in buona parte dalla domanda interna e permetterà di riassorbire almeno 0,2 punti di disoccupazione. Due notizie apparentemente buone e che consentono all’ex premier di sciorinare la propaganda più banale: secondo Renzi sarebbe tutto merito suo e di ciò che è stato fatto nei mille giorni del precedente governo.

Ma è davvero così? Che l’Italia abbia ripreso un percorso di risalita è indubbio. Ma è altrettanto fuori discussione che le condizioni di avvio fossero quanto meno agevoli. Partiamo da una delle due componenti, la domanda interna. Stiamo parlando di un fattore-chiave per la crescita, travolto però dalla stagione dell’austerità firmata Monti-Fornero. Una volta azzerata, farla ripartire – ad esempio con un bonus elettorale come quello degli 80 euro in busta paga – era quasi un gioco da ragazzi, grazie anche a qualche spazio di flessibilità concesso come elemosina dall’Ue (magari in cambio dell’accoglienza indiscriminata e senza fiatare di centinaia di migliaia di immigrati).

Il problema è che, in tempi di assurdi vincoli comunitari ai conti pubblici, fiscal compact e pareggio di bilancio inserito in costituzione, la domanda interna può crescere solo fino ad un certo punto. Una delle possibili vie è l’aumento dei salari, intesi anche come massa collettiva di redditi da lavoro: e qui l’unica opzione praticabile è appunto la riduzione del numero dei disoccupati, con quel -0,2% che ad oggi è statisticamente irrilevante. Per diventare un dato robusto dovrebbe essere almeno dieci volte tanto, ma ciò sarebbe possibile solo con una crescita solida pari almeno al 3% per qualche anno. Siamo a meno della metà e di fronte ad un ulteriore problema: una crescita di quel tipo, con una moneta sopravvalutata, significherebbe maggiori acquisti sui mercati stranieri – diventa più conveniente importare che produrre – mandando dunque in deficit la bilancia commerciale. Senza poi considerare che, in assenza della possibilità di svalutare, all’aumento dei salari necessari per stimolare la domanda nazionale corrisponde una riduzione della competitività italiana. E si ritorna così, nel gioco dell’oca della crescita italiana nell’area euro, di nuovo al punto di partenza.

Filippo Burla

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