Catania, 23 lug – Fornivano documentazioni false ad immigrati per garantire loro la permanenza in Italia: sono così finiti in manette i componenti di un’organizzazione criminale che vedeva tra i componenti anche tre dipendenti del comune di Catania. Nelle prime ore di oggi la Digos, al termine delle indagini condotte dalla procura di Catania, ha così dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 10 persone, cinque italiani e cinque extracomunitari, accusati a vario titolo di essere “appartenenti ad un’associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina mediante la concessione e/o falsificazione di documenti inerenti la permanenza ed il soggiorno nel territorio dello Stato”.

L’organizzazione produceva e vendeva documenti falsi per garantire il soggiorno e la permanenza nel nostro Paese a tutti coloro che fossero disposti a pagare un’adeguata somma di denaro. Le comunicazioni venivano effettuate attraverso un linguaggio codificato, comprensibile solo ai membri del gruppo: in questo modo, almeno un centinaio di irregolari non aventi titolo per rimanere sul nostro territorio, avrebbero così ottenuto i permessi del caso.

Per potere ottenere la documentazione era necessario pagare – e molto. Le indagini hanno rilevato la presenza di un tariffario: i prezzi variavano a seconda del tipo di documento richiesto (Ad esempio, 30 euro per un cambio di residenza o 5mila per un finto matrimonio), con possibilità di ricevere sconti se il cliente non era soddisfatto dell’esito delle prestazioni fornite. A finire indagati con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina i pubblici ufficiali Michele Sampognaro, Attilio Topazio e Giuseppe Torre, il primo funzionario dell’ufficio Anagrafe, e due agenti della polizia municipale addetti al controllo di alloggi e residenze. Misure cautelari sono scattate anche per Alessandro Faranda, “prestanome” all’occorrenza coniuge o finto datore, e Lorenzo Russo, falso ospitante.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

2 Commenti

  1. Tre posti di lavoro che dovrebbero liberarsi.
    Tranne se hanno la fortuna di avere un avvocato retorico e un giudice arcobaleno che li assolva dal reato per ragioni umanitarie.

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