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Roma, 25 nov – Smarriti nel prisma della sovra esposizione mediatica si rischia facilmente di perdere la bussola, di uscire disorientati e al contempo totalmente avvolti da una moltitudine di stimoli a cui si fatica a dare ordine. Questo distacco dalla realtà, dalla concretezza delle cose di tutti i giorni, è una parte oramai costante della vita di oggi, e spesso si fatica a scorgere il confine tra il reale e il virtuale. Quello che è successo con le elezioni presidenziali americane ha messo in luce a un grado ampissimo, per lo meno nel mondo occidentale, un distacco dalla realtà pervasivo e diffusissimo. Tutto ciò chiarisce con grande forza che non esiste preparazione e costruzione del mondo e del domani senza una visione concreta della realtà. Allo stesso tempo, bisogna ammettere che spesso coloro che cambiano le condizioni di vita, coloro che provocano i grandi cambiamenti, sono i sognatori ad occhi aperti, coloro che non si accontentano di lasciar esaurire il reale nel virtuale, ma che, semmai, creano le condizioni affinché il virtuale (l’immaginario) diventi reale. Non sempre il reale è razionale, e non è necessario che lo sia. Ciò che conta è che l’essere umano non perda il contatto con la realtà, pena la perdita di se stesso.

identitàÈ questa estrema passione per l’irrealtà a produrre un vuoto politico dannoso per tutti i paesi europei. Dipingere una realtà che non esiste, costruire una narrazione del quotidiano basata su episodi, casi singoli, eccezioni ed esempi di gusto puramente morale, non fa che distorcere e disorientare, senza con questo dare gli strumenti per comprendere il tempo che si vive. Questo è un fatto di portata politica epocale. La fine della politica dipende infatti dalla messa in ombra del mondo reale, della storia, a vantaggio di una quotidianità sorretta da molteplici input. Un mondo puntellato ma che si affaccia sull’orlo del precipizio.

Le rivolte e le violenze di immigrati a Parigi come a Milano e Torino, le proteste degli italiani nei quartieri, la difficile convivenza nelle periferie, gli stupri in Germania, Francia, Norvegia, il traffico di droga, armi ed esseri umani e la comparsa di mafie da ogni parte del mondo parlano di una realtà ben diversa da quella raccontata dalle pagine dei giornali o dai servizi televisivi. Il sogno mediatico si sta lentamente sgretolando sotto i colpi non troppo delicati di una pressione sociale in lenta crescita esponenziale. Per pressione sociale si devono intendere i conflitti che a macchia di leopardo si stanno facendo strada nelle città e nei quartieri, prefigurando una condizione di vita che certo non si rispecchia nelle frasi fatte sull’accoglienza e l’integrazione. Come ha rilevato la sociologia, non esiste integrazione se non tra persone appartenenti a culture, storie e tradizioni simili, verso l’altro da sé vi è sempre chiusura e diffidenza: ogni uomo tende a stare coi propri simili (v. P. Scarduelli, Per un’antropologia del XXI secolo, 2005). Questo dovrebbe indurre a riflettere sul significato della parola comunità e su quanto peso essa abbia nella vita di tutti i giorni.identità

L’Italia è un paese in cui l’immigrazione, per tutta una serie di fattori, si è sempre mossa su numeri contenuti, ma negli ultimi anni il fenomeno è cresciuto in maniera esponenziale e in breve tempo sta conducendo a una situazione che si prefigura insostenibile e pericolosa. Si pensava che il senso d’appartenenza fosse soltanto un’astrazione, che la lingua e le tradizioni fossero sovrastrutture, ma comunque stiano le cose questi elementi continuano a identificare un gruppo umano di fronte a un altro, a distinguerlo e, nel caso, a opporlo. Come anticipato già negli anni ’80 e ’90 da diversi etologi (Irenäus Eibl-Eibesfeldt ed Edward Wilson), il sovrappopolamento e la competizione per le risorse economiche e alimentari sono le principali cause di conflittualità sociale. Si tratta di dati legati al dato biologico, naturale, dell’uomo e che risultano difficilmente “educabili”, se non su distanze molto lunghe e con risultati parziali. Lo spazio, il territorio, conserva la sua preminenza e importanza in quanto è il mondo con cui l’uomo ha immediato rapporto e di cui ha primaria conoscenza e possesso. Credere insomma che le cose andranno bene e tutto si aggiusterà perché tutti sono ormai cittadini del mondo è un’astrazione che appunto non tiene conto del fatto che, spessissimo se non sempre, le tradizioni culturali tendono a ricrearsi un habitat ovunque si trovino, ricollegandosi alla loro origine.

identitàSi insiste oggi sulla necessità di “governare i flussi”, come se questa espressione significasse davvero qualcosa in concreto. Volendo andare a fondo della questione, e volendolo partire da un punto di vista non legato all’oggi, si arriverebbe a pensare che il termine forte, governo, implica un’autorità in grado di porre delle priorità, delle regole, una disciplina alla gestione di un fenomeno che interessa la cosa pubblica intera. Il governo dei flussi dovrebbe allora presupporre una netta definizione dei termini della questione e dei relativi aspetti giuridici. Questo dovrebbe altresì produrre un’applicazione limpida e coerente del diritto concreto, prevenendo qualsiasi deviazione moralistica o individualistica che nulla ha a che vedere con l’oggettività delle leggi e della loro attuazione. Ci si aspetterebbe allora la creazione di rapporti bilaterali coi paesi africani e mediorientali che versano in reali condizioni di guerra, e che in ordine di emergenza si tutelassero in primo luogo i bambini, poi le donne e infine gli uomini. Ancora, governare significa in primo luogo tutelare il tessuto sociale nazionale, dunque bisognerebbe fissare chiaramente delle quote proporzionali di immigrati per provincia, così da evitare in ogni modo il crearsi delle condizioni conflittuali di cui sopra. Queste semplici linee di buonsenso vengono ogni giorno, concretamente, disattese, creando le condizioni per situazioni esplosive che già oggi si fanno strada in varie città e inducono a pensare che Milano sarà la capofila di una dinamica assai negativa.

Parlare di “governo dei flussi” è quindi del tutto insensato alla luce dell’inettitudine e della miopia di amministratori e politici di vario colore e provenienza. Quello che può fare invece il mondo culturale e politico identitario e dissidente è insistere sulla necessità di “governare le identità”, che implica in primo luogo il riconoscimento delle biodiversità e dell’importanza di mantenerle e rispettarle. Per fare ciò bisogna in primo luogo rispettare se stessi e tutto ciò che la propria cultura e storia rappresentano. Da qui si può procedere a una più complessa riorganizzazione di tutto l’assetto politico che comprenda anche le comunità di immigrati. Il riconoscimento delle specificità culturali richiederebbe un impegno e una lungimiranza oggi assenti, ma che potrebbero risultare vitali. Significherebbe cioè inserire organicamente l’altro in un contesto di omogeneità che lo riconosca nella sua differenza e lo valorizzi per questo. D’altra parte, si richiederebbe all’immigrato che sceglie di diventare italiano o europeo lo sforzo di ripensare l’identità e di riconoscersi in principi concreti di base e in limiti che vanno stabiliti in modo chiaro. Il governo delle identità comprende dunque una buona e autentica gestione dei flussi migratori, un controllo netto e deciso su di essi e una applicazione del diritto concreto, ma d’altra parte non si ferma a questo e parte dal presupposto di vitale importanza di appropriarsi attivamente della propria identità culturale, sola forza viva in grado arginare la deriva disgregante di flussi che paiono sempre più fuori controllo.

Francesco Boco

5 Commenti

  1. Tutto bene, ma manca il punto di partenza.
    Se non si decide, prima di ogni altro aspetto, il numero massimo di persone che possono essere accolte, facendo nel contempo piazza pulita di tutti quelli che non hanno diritto di pretendere un ingresso, parliamo del nulla.
    Pensare di assegnare “quote per provincia”, senza che sia definito il numero da cui si parte, significa giocare con un’equazione che ha un’incognita indeterminata e che, di fatto, rende queste quote un puro esercizio di fantasia.
    Assegnare il 3% di non si sa cosa, significa che quel 3% può fare 3 oppure 30 oppure 3.000 e questo si conteggerà solo a posteriori.
    Azzardo un’altra ipotesi, magari fantasiosa, ma chissà….visto che questi personaggi pagano per venire qui, chiudere ogni accesso ai barconi, per togliere questo racket a chi lo gestisce. Instaurare traghetti a pagamento per migranti, identificazione direttamente all’accesso, con espulsione immediata, meglio divieto di imbarco, per chi non ha diritto, ovvero chi non è in grado di dimostrare provenienza e reali motivazioni che lo portano a chiedere l’ingresso.
    Per eventuali barconi illegali residui, si soccorre se necessario, ma non per caricare gente a bordo e portarla da noi, al contrario si scorta il barcone di turno al limite delle acque territoriali dello stato di provenienza, senza possibilità alcuna di procedere verso di noi.

  2. Bello l’articolo di Boco. Mi piace la citazione di Eibl-Eibesfeldt. Passando all’atto pratico. Occorrerebbe una sensibilizzazione della Marina Militare su questa gravissima tematica: siamo l’unica nazione al mondo la cui Marina va a prendere gli stranieri per portarli in Italia(gli effetti di una guerra persa senza averla combattuta). Una cosa inaudita. Senza evocare un golpe, bisognerebbe trovare forme di sensibilizzazione dei vari comandanti, “saltando” il governo, che è ormai irrecuperabile ed è costituito solo da traditori del popolo italiano. Se non un golpe, irrealizzabile, quanto meno una disobbedienza relativamente a questi esodi selvaggi di stranieri, che portano alla sostituzione etnica (già iniziata purtroppo).

  3. “non esiste integrazione se non tra persone appartenenti a culture, storie e tradizioni simili”

    Attualmente culture, storie e tradizioni sono in via di morte a causa dell’appiattimento capitalista di massa, quindi non è una buona critica.
    Bisogna, anzi, criticare proprio il capitalismo che è causa e conseguenza del movimento di tali masse nei nostri lidi.

  4. Vi ringrazio dei commenti.
    @Daniele: è chiaro che a monte ci dev’essere una chiara definizione del numero massimo di immigrati totali da accogliere, il mio discorso era però puntato sul fenomeno territoriale immediatamente visibile a tutti. Perchè se io dico che in Italia prendiamo un totale di 100.000 immigrati, per dire, questo resta nell’astratto per la maggioranza dei cittadini, ma se dico che al campetto di calcio ci sono 50 africani e si gioca ogni giorno Ghana-Costa d’Avorio allora il problema diventa palpabile. Fosse per me chiuderei totalmente gli ingressi e toglierei la benzina alla marina, ma visto che le cose sono più complesse bisogna partire da presupposti da cui poi segue tutto “a cascata”: riconoscere quelle che per ora solo in cucina si difendono come sane e buone, cioè le biodiversità. Ammesse come sacrosante le identità dei popoli, il resto segue di conseguenza.
    @paleolibertario: Eibl-Eibesfeldt è un grande autore, ha anticipato temi oggi scottanti affrontandoli con lucidità. La Marina Militare viene impiegata come fosse una compagnia di viaggi organizzati. Quello che dici ha senso: sensibilizzare i capitani e i militari coinvolti e spingerli a proteste e scioperi contro un sistema di traffico di uomini che danneggia entrambe i continenti.
    @Nessuno: il capitalismo per proiliferare necessita del livellamento, nel momento in cui si affermano con forza e decisione le biodiversità / identità, allora si fa il primo passo verso un’economia radicata e differenziata. Il punto di partenza è una nuova affermazione che parta da “quel che siamo”.

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