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Questo articolo, che prende spunto dalle caratteristiche degli eroi contemporanei, è stato pubblicato sul Primato Nazionale di giugno 2018

«Non è l’eroe soltanto che ci occorre, ma un mondo che ne sia degno; non un mondo di valletti; altrimenti l’eroe arriverà quasi invano». Così scriveva il grande filosofo scozzese Thomas Carlyle (1795-1881) nello splendido saggio Gli eroi, edito in Italia dall’editrice Oaks in un’edizione ben curata da Luigi Iannone. Nella visione di questo gran conservatore, l’eroe è il vero motore della storia, è l’uomo capace di plasmare il tempo e deviarlo verso una nuova direzione, e non importa che usi la spada o la penna. Anche il poeta o il letterato, per esempio Dante o Shakespeare, sono giunti sulla terra per svelare il progetto divino. Un progetto che, per compiersi, ha bisogno di un terreno fertile, di un’umanità pronta a recepirlo e a seguire l’eroe nella sua battaglia.

Eroismo e modernità


Thomas Carlyle (1795-1881)

Purtroppo, notava Carlyle, agli albori della rivoluzione industriale, la civiltà delle macchine sta imponendo un nuovo modello di società, schiacciato dal mercantilismo e dalla logica del profitto. «Gli uomini sono divenuti meccanici nella testa e nel cuore», spiegava il filosofo, aggiungendo che «la tecnica ci permette di dominare la natura ma diventa padrona del nostro animo». L’eroe sfugge a queste logiche, ci richiama a qualcosa di più ancestrale, all’incanto del mondo, alla dimensione del sacro, che oggi stiamo completamente abbandonando e che secondo Carlyle era vitale per la nostra sopravvivenza come civiltà.

Nella visione di Carlyle
l’uomo eroico è il vero motore
della storia, capace di plasmare
il tempo e deviarlo
verso una nuova direzione

Il pensatore scozzese, ha scritto Cristopher Lasch, «vedeva nello svilimento moderno del concetto eroico – uno svilimento che viene espresso con molta maggior enfasi ai tempi nostri di quanto non venisse espresso ai suoi – uno dei segni più infausti tra i tanti infausti segni dei tempi». La storia gli ha dato ragione. Con la scomparsa di ogni verticalità, con la distruzione delle gerarchie e l’avanzata del culto dell’uguaglianza, gli eroi sono per lo più scomparsi. Non solo dalla scena politica, dove ogni «uomo forte» è guardato con sospetto, ma pure dalla sfera dell’immaginario. I pochi che ci restano sono pallide caricature di sé stessi. Senza volare troppo alto, ci basta entrare in un cinema per vedere che fine hanno fatto gli eroi della cultura pop. Sono stati indeboliti, riempiti di problemi e di disturbi, sminuiti dall’ossessione per il politicamente corretto. I supereroi della Marvel sono per lo più dei disadattati, la loro superiorità rispetto ai comuni mortali è un segno di debolezza, più che di forza.

Eroi immaginari

L’eroe, oggi, viene accettato soltanto se è espressione di una minoranza discriminata (vedi Black Panther o Wonder Woman o gli Avengers che battono ogni record di incassi), oppure se non si prende sul serio, ed è il caso di Dwayne Johnson, che sbanca i botteghini interpretando una versione comica di Stallone o Schwarzenegger. Gli eroi «belli e buoni», in stile greco, specie se maschi e animati dal fervore che donano solo le cause superiori, risultano ridicoli. Persino Superman, nella saga a fumetti American alien, è stato presentato come un immigrato affinché recuperasse un po’ della credibilità perduta.

Resta, però, che degli eroi – proprio come sosteneva Thomas Carlyle – abbiamo ancora un bisogno profondo. E infatti abbiamo dovuto crearne di nuovi sotto forma di… criminali. In questi giorni arriva nelle sale italiane Escobar: il fascino del male, con Javier Bardem e Penelope Cruz, dedicato a Pablo Escobar, il più grande narcotrafficante della storia. Non si contano più libri, pellicole e fiction su questo individuo: dal film Escobar alle serie Narcos e Pablo Escobar: el patrón del mal. Poi ci sono prodotti come Gomorra e Suburra, anch’essi dedicati alla criminalità organizzata.

Non si tratta soltanto del proverbiale «fascino del male». Opere come queste funzionano proprio grazie alla forza dei protagonisti. I criminali che vediamo sullo schermo sono individui dotati di un potere smisurato. Possono piegare e rompere le regole per raggiungere i propri scopi. Non sono comuni mortali, ma esseri superiori. Guidano organizzazioni estremamente gerarchiche in cui ritornano valori perduti come l’onore, il rispetto, la fedeltà e il coraggio, seppure in forme perverse. Se li possono permettere, tali valori: dopo tutto, sono malviventi, nessuno pretende che si pieghino al buonismo imperante.

Le figure eroiche
del passato sono state
sostituite dai criminali
di film e serie tv

Questi criminali sono, a tutti gli effetti, degli eroi. O, per lo meno, ne hanno preso il posto. I ladri protagonisti della fortunata serie spagnola La casa di carta (visibile su Netflix) si presentano come «la resistenza», emozionano usando la forza bruta e violando la legge. Diventano figure di culto, fanno presa sui giovani proprio come i camorristi di Gomorra: il meccanismo è lo stesso con cui lo Stato islamico ha invaso il cervello di migliaia di giovani, presentando i suoi spaventosi campioni dotati di coltello e divisa nera. Come nella «graphic novel» Watchmen di Alan Moore, abbiamo ucciso gli eroi. Ma loro sono tornati dalla morte in una versione malvagia e psicopatica, perfettamente adatta al nostro tempo. Come i campioni del passato, mostrano ardimento e forza, ma le pongono al servizio del denaro e del profitto, dell’egoismo sfrenato: i nostri nuovi dèi.

Francesco Borgonovo

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