Roma, 13 lug – Nessun attacco coordinato da parte dei russi, nessun intervento della “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo. Gli attacchi (o semplicemente le critiche) ricevuti da Sergio Mattarella su Twitter alla fine del maggio 2018, dopo il veto posto alla nomina di Paolo Savona come ministro dell’Economia, non furono opera dei famigerati “troll russi”. La comunicazione arriva direttamente dalla Procura di Roma, che nell’agosto del 2018 aveva aperto un’inchiesta ipotizzando i reati di “attentato alla libertà del Presidente della Repubblica” e di “offesa all’onore e al prestigio del Capo dello Stato”.

Un’invenzione dei media (e di Federico Fubini)

Insomma il pm Eugenio Albamonte ci sta dicendo che la storia dei troll russi contro Mattarella, che per almeno una settimana fu in cima alle notizie dei media mainstream, era sostanzialmente una fake news. Una bufala. Un esempio concreto: questo articolo a firma di Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della Sera, portava avanti una tesi inventata di sana pianta. Lo stesso Fubini – membro del board dell’Open Society Foundations di George Soros – che qualche settimana fa ammise candidamente di non aver volutamente riportato la notizia della morte di 700 bambini in Grecia a causa della crisi, per non alimentare la propaganda dei populisti.

La censura anti-populista


Le bufale delle testate mainstream non sono certo una novità. C’è da dire che questa era puzzata fin da subito, con il direttore del Dis, Alessandro Pansa, che già a suo tempo in un rapporto inviato al Copasir, definì i troll russi come un’invenzione giornalistica, senza il supporto di alcun elemento concreto. Il pm Albamonte sta invece puntando su una “organizzazione italiana”, in quanto il primo account “sospetto” avrebbe avuto legami con lo snodo dati di Milano.

La Procura di Roma avrebbe addirittura chiesto agli Usa, attraverso una rogatoria, di ottenere da Twitter l’elenco dei profili e degli indirizzi Ip di coloro i quali osarono criticare Mattarella. Una solerzia che, almeno a chi scrive, sembra nascondere un intento censorio, molto più che l’intenzione di difendere l’onorabilità del Presidente della Repubblica.

Davide Di Stefano

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