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Roma, 27 apr – Quando la Cassazione si sostituisce alle Commissioni per il diritto d’asilo. E’ successo a Lecce, dove un pakistano che si era visto negare l’asilo ha impugnato il provvedimento e ne è uscito vittorioso. Così, dopo la notizia della sentenza della Cassazione che impone di accogliere gli immigrati omosessuali se l’ordinamento giudiziario del loro Paese non prevede delle misure di tutela, ecco un altro precedente giuridico che potrebbe avere delle conseguenze estremamente nefaste in materia di immigrazione. Nel caso in questione, al pakistano era stato negato lo status perché secondo il Tribunale di Lecce nel Paese d’origine dell’immigrato non ci sono seri rischi per la sua vita.



La sentenza della Cassazione

La Cassazione ha però ribaltato il verdetto. I giudici, secondo la Corte, non possono tenere conto solo di generiche “fonti internazionali” che attesterebbero l’assenza di criticità e conflitti nella patria d’origine dei richiedenti asilo, ma dovrebbero documentarsi più accuratamente, cercando “informazioni aggiornate sul Paese di origine del richiedente”. La Suprema Corte esorta quindi: “Il giudice è tenuto a un dovere di cooperazione che gli impone di accertare la situazione reale del Paese di provenienza mediante l’esercizio di poteri-doveri officiosi di indagine e di acquisizione documentale, in modo che ciascuna domanda venga esaminata alla luce di informazioni aggiornate“. I giudici, pertanto, dovranno provare che il migrante non corra pericolo di vita se torna in patria. Quindi ora il caso del pakistano dovrà essere sottoposto a riesame dalla Commissione per il diritto d’asilo e rischia inoltre di dare il via a una spaventosa valanga di ricorsi. Il principio di diritto sancito dalla Corte di Cassazione che ha ribaltato il verdetto giudiziario rischia cioè di tramutarsi in una ulteriore complicazione burocratica, con un sensibile aggravio delle procedure. Difatti, lo screening sugli elementi di fatto e di diritto che potrebbero portare al riconoscimento del diritto d’asilo, è effettuato prima dagli organi territoriali del ministero dell’Interno e in caso di diniego dalla magistratura di merito. Immaginatevi se tutti coloro che si vedono negare l’asilo iniziassero a fare ricorso.

Cristina Gauri

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Classe 1977, nata nella città dei Mille e cresciuta ai piedi della Val Brembana, dell’identità orobica ha preso il meglio e il peggio. Ex musicista elettronica, ha passato metà della sua vita a fare cazzate negli ambienti malsani delle sottoculture, vera scuola di vita da cui è uscita con la consapevolezza che guarire dall’egemonia culturale della sinistra, soprattutto in ambito giovanile, è un dovere morale, e non cessa mai di ricordarlo quando scrive. Ha fatto uscire due dischi cacofonici e prima di diventare giornalista pubblicista è stata social media manager in tempi assai «pionieri» per un noto quotidiano sabaudo. Scrive di tutto quello che la fa arrabbiare, compresi i tic e le idiozie della sua stessa area politica.

3 Commenti

  1. Manca solo una leggina che disponga una “missione” (vacanza premio) del Giudice, nel Paese d’origine del richiedente asilo, di qualche mese per raccogliere info aggiornate sulla reale situazione.?

  2. Quando gli immigrati che delinquono inizieranno a fare crimini di ogni genere anche nelle zone di lusso dove abitano quei parlamentari o giudici favorevoli all’ immigrazione selvaggia allora cambieranno idea; per ora il problema è nelle zone povere e quindi loro la cosa nemmeno la percepiscono

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