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Israele, la guerra di sterminio è un flop: il governo in bilico

by Alberto Celletti
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Roma, 8 gen – Israele e la sua guerra di sterminio a Gaza non sembra stiano riscuotendo enormi consensi, quanto meno sul fronte interno a Tel Aviv. Un fatto che si era evidenziato già nei giorni scorsi, con il governo di Benjamin Netanyahu nella bufera a seguito delle riunioni con i vertici militari. Una situazione di cui si sta avvantaggiando l’opposizione ma – ovviamente – anche Hamas.

Israele, lo sterminio non funziona: il terremoto interno a Tel Aviv

Come riporta l’Ansa, Israele e la sua guerra di sterminio a Gaza non pare stiano ottenendo significativi risultati e, soprattutto, non si sta generando compattezza sul fronte politico interno.  Le opposizioni rumoreggiano e qualche manifestante gli va dietro. Nella fattispecie, alcune decine di manifestanti del movimento “Changing Direction” e della coalizione “Elections Now” hanno bloccato questa mattina l’ingresso principale della Knesset, a Gerusalemme. La richiesta è precisa e diretta: elezioni anticipate con l’immediata sostituzione degli elementi considerati “estremisti” all’interno dell’esecutivo.

Un quadro politico instabile, ma storicamente difficilmente mutabile

Secondo i media israeliani, insomma, il quadro politico è tutt’altro che stabile. Chi ha organizzato la protesta ha tra l’altro affermato che  “ogni speranza che il governo si elevasse al livello dell’emergenza si è infranta alla luce della sua condotta fallimentare, che si riflette nelle disfunzioni, nell’abbandono dei rapiti, in una ferita mortale all’immagine dello Stato”. Va anche detto che la protesta si concentra – com’era logico che sia – non certamente sullo sterminio a Gaza ma sugli scarsi risultati in termin di recupero degli ostaggi israeliani. Questo senza contare la storia di Israele che su questo punto presenta davvero pochissime deviazioni: nessuno, nel quadro dirigente socio-politico di Tel Aviv, ha mai mostrato di andare in una direzione diversa a parte il ben noto caso dello storico premier Yitzhak Rabin. E questo, come ricordiamo sempre, qualcosa vorrà pur dire.

Alberto Celletti

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