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Terza parte della nostra indagine sull’identità nazionale italiana. QUI la prima e QUI la seconda parte.
Roma, 19 ago – I secoli successivi al Medioevo videro l’idea nazionale rifulgere nell’opera di molteplici poeti e scrittori. L’aretino Francesco Petrarca, cantò «Il bel paese ch’Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe». Da Petrarca il culto classicistico dell’Italia romana si trasmise a Cola di Rienzo, la cui effimera vicenda politica fu in realtà, secondo Konrad Burdach, la manifestazione di un’esigenza storica ben più profonda: «Dall’XI secolo i comuni italici erano giunti al fiore del benessere economico e civile […] e quando, dopo la morte dell’imperatore Federico II e il tramonto della casa di Svevia, ebbe termine la terribile lotta fra Impero e Papato per l’egemonia politica universale, quando l’Italia si sentì libera dal dominio tedesco, il suo sentimento nazionale divampò in un grande incendio spirituale, politico-sociale, artistico. Questa fu la fonte spirituale del Rinascimento. L’antico pensiero di Roma, mai scomparso, vi fece affluire nuova e maggiore forza. Cola di Rienzo, ispirato all’idea politica di Dante, ma oltrepassandola, proclamò, profeta di un lontano avvenire, la grande esigenza nazionale della Rinascita di Roma. E su questa base l’esigenza dell’unità d’Italia». Dal punto di vista politico, questa esigenza di unità e indipendenza nazionale si manifestò con la Lega Italica del 1454 tra Venezia, Firenze, Milano, Roma e Napoli, che prevedeva un’alleanza difensiva venticinquennale, l’impegno a tenere determinati contingenti militari, il divieto di paci separate e di alleanze non approvate unanimemente.
Il risveglio culturale dell’Umanesimo ebbe come suoi fulcri l’Accademia neoplatonica di Careggi, fondata per impulso di Cosimo de’ Medici da Marsilio Ficino e di cui furono membri Nicola Cusano, Leon Battista Alberti, Poliziano e Pico della Mirandola; l’Accademia Romana di Pomponio Leto, restauratore dei culti prischi della Gentilitas romana nella Roma della seconda metà del Quattrocento; la Rimini di Sigismondo Pandolfo Malatesta, nel cui Tempio riposano le spoglie del grande elleno e sapiente pagano Giorgio Gemisto Pletone. Il grande fiorentino Niccolò Machiavelli nel Principe indicò l’obiettivo dell’indipendenza e dell’unità d’Italia e con i Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio additò agli italiani l’esempio delle virtù politiche e militari di Roma antica. Superfluo sarebbe qui rievocare l’immensa fioritura culturale e artistica del Rinascimento, purtroppo accompagnata dalla perdita dell’indipendenza politica di un’Italia divenuta campo di battaglia tra Francia e Spagna, il che fece dire al grande Francesco Guicciardini: «Tre cose desidero vedere innanzi alla mia morte; ma dubito, ancora che io vivessi molto, non ne vedere alcuna; uno vivere di repubblica bene ordinato nella cittá nostra, Italia liberata da tutti e’ Barbari, e liberato el mondo dalla tirannide di questi scelerati preti». Il secolo XVI si chiuse con il martirio del sommo filosofo e iniziato Giordano Bruno, che dal Risorgimento Nazionale vittorioso, di cui fu precursore e padre spirituale, sarebbe stato onorato con l’erezione del monumento al Campo dei Fiori il 9 giugno 1889: «Italia, Napoli, Nola; quella regione gradita dal Cielo, e posta insieme talvolta a capo e destra di questo globo, governatrice e dominatrice de l’altre generazioni, e sempre da noi et altri stimata maestra e madre di tutte le virtudi, discipline et umanitadi».
All’inizio del secolo XVII  la coscienza di una comune identità nazionale si incarnò nella figura di Carlo Emanuele I di Savoia (1580-1630), figlio di Emanuele Filiberto che aveva ricostituito il Ducato di Savoia adottando l’italiano quale lingua ufficiale, portando la capitale a Torino e introducendo le Milizie paesane quale esercito popolare di leva sulla base dell’insegnamento di Machiavelli. Carlo Emanuele I incarnò lo spirito nazionale di resistenza all’egemonia spagnola e fu cantato da vari poeti, come Alessandro Tassoni e Traiano Boccalini, come il liberatore d’Italia. Egli stesso scrisse versi patriottici e si narra che durante una sua visita a Roma incontrò il Genius publicus populi romani, Nume tutelare dell’Urbe. Terminata all’inizio del Settecento l’egemonia spagnola sulla penisola e instauratasi quella austriaca, un evento importante fu il Trattato di Londra del 2 agosto 1718 con cui la Sardegna passò a Casa Savoia. In questo modo Casa Savoia, conquistando la dignità regale, entrò a far parte delle grandi casate europee e gettò le basi per la sua futura espansione italiana, mentre la Sardegna tornava nell’alveo italiano per essa naturale.
Nella letteratura, nelle arti, nella musica, nelle scienze, primeggiarono uomini come il filosofo napoletano Giambattista Vico, autore della Scienza Nuova e del De antiquissima Italorum Sapientia e come lo storico modenese Ludovico Antonio Muratori, autore di  opere come Rerum italicarum scriptoresAntiquitates italicae Medii Aevi e Annali d’Italia, che secondo Rolando Dondarini dell’Università di Bologna «dimostrò di attingere dalla ricerca e dallo studio del medioevo una rinnovata coscienza nazionale italiana. Nonostante non si fosse raggiunta un’unità politica, gli italiani potevano vantare tradizioni comuni: non tanto quelle del passato remoto, quanto quelle vissute nel medioevo da cui scaturivano direttamente le situazioni, le istituzioni e i comportamenti attuali». L’istriano Gian Rinaldo Carli, uno dei massimi assertori dell’idea nazionale italiana nel secolo dei Lumi, nel suo scritto del 1765 La Patria degli Italiani, così esortava i nostri connazionali: «Divenghiamo pertanto tutti di nuovo Italiani, per non cessar d’esser uomini». Il piemontese Gian Francesco Galeani Napione, conte di Cocconato, propose nel 1780 una confederazione tra gli Stati italiani. Tra gli illuministi meridionali che più contribuirono al risveglio della cultura nazionale, si rammentino il salernitano Antonio Genovesi, titolare della prima cattedra di economia politica in Italia, costituita a Napoli nel 1754, e il napoletano Gaetano Filangieri, filosofo e autore de La scienza della legislazione. Buona parte dell’intellettualità meridionale della fine del Settecento partecipò alla Repubblica Napoletana del 1799 e subì la condanna a morte o l’esilio a seguito della restaurazione del governo borbonico ad opera della marina militare britannica.
Carlo Altoviti



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