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Praga, 19 gen – “È morto sotto i carri armati il futuro che avete sognato. Nella gola vi hanno cacciato le grida di un corpo straziato! Quanti fiori sul selciato, quante lacrime avete versato! Quante lacrime avete versato per Jan Palach!”. Così cantava Junio Guariento, menestrello storico della Compagnia dell’Anello. Uno degli omaggi più sentiti, profondi: senza censure, senza omissioni. Perché quel nome, Jan Palach, non andava ignorato prima e non va dimenticato ora.

Come oggi, 50 anni fa, dopo 3 giorni di agonia lucida, di sofferenza fisica e spirituale, si spegneva “la torcia umana”. Era quasi l’ora del tramonto, quel 16 gennaio del ’69: in Piazza San Venceslao, abiti pregni di benzina presero fuoco. E prese fuoco il corpo, esile, di un ragazzo giovanissimo: che voleva diventare filosofo, viaggiare. Un ragazzo dai sogni grandi, ambiziosi. Un ragazzo, soprattutto, che sognava la libertà. Jan Palach non fu il solo ad immolare la propria vita. Per quella che considerava la causa più giusta, sublime, elevata, precedette di poco altri suoi “colleghi”: in tutto, erano in 5. Un gruppetto di ragazzi coraggiosi (nel pensiero, nell’azione), contro l’invasione sovietica. Come tentacoli velenosi e funesti, gli oppressori tradirono la promessa di un “socialismo dal volto umano”.

Cominciò a mancare tutto: in primis, la libertà appunto. Ed è in questo scenario tetro, palcoscenico d’orrore, che ben si comprendono le parole del martire Jan: “Se il nostro popolo non darà sostegno a questa richiesta (la libertà), una nuova torcia si infiammerà“. Così scrisse nel suo messaggio alla famiglia: un appello estremo, disperato, cui non seguitò riscontro alcuno. Perché il popolo non fu pronto a “dare sostegno”. Così, dovette proseguire il martirio delle “torce umane“: appena un mese dopo, Jan Zajic (stessa piazza, medesima città), decise di trasformarsi in uno stoppino infuocato. Come una candela: che si consuma lenta, inesorabile. La “meglio gioventù” del ’68, guardava altrove: al Vietnam, ad altre battaglie. Jan Palach, ignorato: perché “fascista”, dicevano già allora. Quindi, da non menzionare: men che meno, da ricordare. Arthur Miller, però lo fece.

Il 29 gennaio 1989, scrisse una lettera al quotidiano praghese “Lidové noviny”: “Quale altra creatura sulla terra avrebbe potuto immaginare da sé la bellezza di un futuro di libertà e giustizia fino al punto dell’autoimmolazione per la sua causa? Nello sbuffo di fumo che per un breve istante si disperse sulla sua bella città, c’era un monumento molto più solido della pietra o dell’acciaio, incommensurabilmente più duraturo, perché l’uomo è nato per la libertà. È il suo diritto alla nascita, alla vita e alla morte”. In quel gesto, nello “sbuffo di fuoco”, c’era proprio quella rivendicazione di “libertà”, di autodeterminazione fra i “tentacoli velenosi e funesti” dei sovietici.

Jan Palach, affidò le sue ragioni ad una manciata di fogli, di appunti. Questo si ritrovò, nello zaino lasciato intatto dalle fiamme: “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa”. Un sacrificio che i soliti vili, che l’attualissima “damnatio memoriae” vogliono negare. Ecco perché il messaggio di Palach, esattamente come gli appunti nel suo zaino, deve giungere intatto ad ognuno. Perché “Dedicatevi da vivi alla lotta“, proprio in questo giorno, è quello che lui disse. Un’eredità che nessuno può permettersi di ignorare. Per Jan, per la sua (e nostra) libertà.

Chiara Soldani

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