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Roma, 20 ott – Le misure anti-coronavirus dell’ultimo Dpcm non sono sufficienti. Si va verso un inevitabile lockdown. A lanciare l’allarme è Nino Cartabellotta, fondatore di Gimbe-Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze: “Non essere riusciti a prevenire la risalita della curva epidemica quando avevamo un grande vantaggio sul virus oggi impone la necessità di misure di contenimento in grado di anticipare il virus“. L’esperto non ha dubbi: “Tali misure devono essere pianificate su modelli predittivi ad almeno 2-3 settimane, perché la ‘non strategia’ di inseguire i numeri del giorno con uno stillicidio di Dpcm che, settimana dopo settimana, impongono la continua necessità di riorganizzarsi su vari fronti, spingerà inevitabilmente il Paese proprio verso quel nuovo lockdown che nessuno vuole e che non possiamo permetterci”.

“Misure troppo deboli rispetto a curva contagi in ascesa”

I numeri parlano chiaro, secondo il presidente la fondazione: “Davanti a una curva del contagio che s’impenna ogni giorno di più e ospedali che si riempiono inesorabilmente, come in un deja vu nel giro di pochi giorni il governo introduce ulteriori misure restrittive nel tentativo di frenare l’epidemia“. Cartabellotta – intervenuto ieri a Non è l’arena su La7 – è convinto che “la necessità di emanare due Dpcm in una settimana conferma che il contenimento della seconda ondata viene affidato alla valutazione dei numeri del giorno con la progressiva introduzione di misure troppo deboli per piegare una curva dei contagi in vertiginosa ascesa“. Insomma, la mossa del premier Giuseppe Conte di non evocare lo spettro del lockdown (almeno per adesso) per non inimicarsi ulteriormente i cittadini è sbagliata.

I numeri del bollettino hanno un ritardo medio di 15 giorni rispetto ai contagi

Anche perché i numeri riportati quotidianamente dal bollettino della Protezione civile, ricorda la fondazione Gimbe, non rispecchiano affatto i casi del giorno perché dal contagio alla notifica intercorre un ritardo medio di 15 giorni. Questo perché – chiarisce la fondazione – il tempo medio tra contagio e comparsa dei sintomi è di 5 giorni (range 2-14 giorni). Secondo l’Istituto superiore di sanità, invece, il tempo mediano tra inizio dei sintomi e prelievo/diagnosi è di 3 giorni, ma potrebbe allungarsi considerando i tempi di analisi di laboratorio e di refertazione. Altro fattore di cui tenere conto, per i casi asintomatici il tempo mediano non è noto perché la tempestività nella richiesta del tampone dipende dall’efficacia dell’attività di tracciamento. Inoltre, la comunicazione dei nuovi casi dalle Regioni alla Protezione civile non avviene in tempo reale: ad esempio, nella settimana 5-11 ottobre meno di un terzo dei casi è stato notificato entro 2 giorni dalla diagnosi, il 54% tra 3 e 5 giorni e il 14% dopo oltre 6 giorni. A tal proposito va precisato che il ritardo aumenta progressivamente per il crescente numero di casi.

“Effetti misure restrittive saranno annullati da crescita curva epidemica”

Risultato? “Gli effetti delle misure restrittive, non valutabili prima di 2-3 settimane, saranno verosimilmente neutralizzati dal trend di crescita della curva epidemica”, è la previsione della fondazione. Ma c’è un altro fatto che potrebbe rendere la situazione fuori controllo: “Il mancato allineamento tra le misure dei due Dpcm e quanto previsto dalla circolare del 12 ottobre del ministero della Salute“, spiega Gimbe. Nel documento “Prevenzione e risposta a Covid-19” vengono delineati quattro scenari di evoluzione dell’epidemia in relazione a diversi livelli di rischio accompagnati da relative misure da attuare nei vari settori. Ebbene, “considerato che diverse Regioni – fa presente Cartabellotta – sono ormai nella fase di rischio alto/molto alto, è inspiegabile che le misure raccomandate non siano state introdotte dal nuovo Dpcm, che ha seguito le indicazioni del Comitato tecnico scientifico, né attuate dalle Regioni, che hanno partecipato alla stesura del documento”.

In conclusione, “numeri a parte – precisa il presidente della fondazione – il contenimento della seconda ondata doveva inevitabilmente poggiare, già alla fine del lockdown, su tre pilastri integrati: massima aderenza della popolazione ai comportamenti raccomandati, potenziamento dei servizi sanitari territoriali e ospedalieri e collaborazione in piena sintonia tra governo, regioni ed enti locali“.

Adolfo Spezzaferro

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1 commento

  1. Anche questi dell’associazione GIMBE, fanno allarmismo e sostengono la tesi del virus. Che schifo! Mi viene il. Vomito 🤮

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